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Basilicata. Lo sviluppo che distrugge lo Sviluppo
Lavori alla Sellata

I padroni della montagna lucana, predatori delle risorse naturalistiche e “parassiti” dell’economia turistica

Questo editoriale è il prologo a un’altra inchiesta a cui stiamo lavorando da mesi. Chi sono i padroni della montagna lucana? E quale contributo forniscono alle prospettive di sviluppo regionale?

I modelli basati solo sul profitto immediato danneggiano gli ecosistemi, l’agricoltura e le comunità locali. La storia economica della Basilicata sembra volutamente dimenticata. Si continua a non capire che sfruttare oltre misura la natura significa compromettere la qualità della vita e la sopravvivenza delle stesse attività economiche di domani. Ma qui c’è gente a cui il domani non interessa affatto. Ciò che conta è consumare e usare strumentalmente, come mezzi di produzione, il sole, il vento, i boschi, i fiumi, le montagne, gli alberi, i paesaggi. Beni comuni, dal valore inestimabile, di proprietà pubblica, consegnati nelle mani di imprese private. Imprese che, paradossalmente, beneficiano di investimenti pubblici. I cittadini così ci rimettono il patrimonio e anche i soldi, in cambio di cosa?

Il caso degli alberi e del paesaggio montano della Sellata sacrificati al profitto, tra l’altro ipotetico, e allo sviluppo, tra l’altro illusorio, è solo un esempio di quanto sta accadendo in Basilicata da decenni. Qualcuno, forse, pensa che la distruzione di paesaggi, boschi e montagne per fini di profitto sia necessaria perché il valore economico immediato delle risorse estratte o dello spazio liberato supera, nella logica di mercato a breve termine, il costo ecologico della perdita ambientale. Il valore economico di chi e per chi?

Invece, la cementificazione di suolo vergine, la creazione di strade o impianti turistici modifica e consuma il territorio per generare rendite immobiliari o commerciali. Rendite private su patrimonio pubblico, profitti privati sulle perdite del patrimonio pubblico. È questo lo sviluppo?

L’antropizzazione forzata di ambienti fragili come montagne e aree protette, guidata dalla necessità di massimizzare i flussi di visitatori e i ricavi economici non è guardare al futuro delle popolazioni locali.  La creazione di nuovi tracciati richiede il disboscamento di ampie fasce di bosco montano e il livellamento del terreno distruggendo la morfologia naturale della montagna. È questo lo sviluppo?

La speculazione edilizia legata a hotel, resort, parcheggi, piste da sci, e complessi residenziali deturpa il suolo vergine, frammentando gli habitat e alterando il paesaggio visivo. È questo lo sviluppo? Il turismo di massa in aree isolate o montane fa crescere il fabbisogno idrico locale per piscine, centri benessere e consumi alberghieri, stressando le riserve idriche delle comunità residenti. È questo lo sviluppo?

La rimozione della vegetazione e le modifiche ai pendii riducono la capacità del terreno di trattenere l’acqua piovana, accelerando l’erosione e aumentando il rischio di smottamenti e frane. È questo lo sviluppo? L’afflusso incontrollato di persone genera problemi critici nella gestione dei rifiuti d’alta quota e aumenta l’inquinamento acustico e luminoso, disturbando la fauna selvatica. È questo lo sviluppo?

Lo abbiamo già scritto. Conservare, tutelare, salvaguardare il patrimonio naturalistico e sottrarlo a tutte le forme di “predazione” è un visto per il futuro. Mettere a rendimento pubblico quel patrimonio significa curarlo non distruggerlo, tutelarlo non piegarlo al profitto di pochi e al parassitismo economico. È così difficile da capire?

In Basilicata ormai da anni c’è un gruppo di Società dedite all’uso privato di beni comuni. Li abbiamo definiti i “padroni della montagna lucana.” Tutto è affidato a loro: impianti sciistici, seggiovie, chalet, e altri cosiddetti attrattori turistici. Ne parleremo a breve.

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