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|“Ho appreso con sgomento dei lavori per la costruzione della pista da sci sintetica a Pierfaone”
Inquieta soprattutto l’idea di paesaggio che quella scelta rivela
Gentile redazione, ho appreso con sgomento dei lavori per la costruzione della pista da sci sintetica a Pierfaone. C’è qualcosa di profondamente inquietante nella decisione di trasformare la faggeta di Monte Pierfaone in una pista da sci sintetica. Non soltanto per i 951 faggi previsti in abbattimento, né per l’ennesima opera presentata come sviluppo e modernizzazione. Inquieta soprattutto l’idea di paesaggio che quella scelta rivela.
Sembra che oggi la natura non possa più essere semplicemente guardata, attraversata, respirata. Deve diventare un’esperienza. Possibilmente adrenalinica, immersiva, esperienziale. Un bosco non è più un bosco: è una location. Una montagna non è più una montagna: è un’infrastruttura turistica.
E se la natura non produce spontaneamente abbastanza spettacolo, bisogna aiutarla. È qui che comincia l’equivoco.
Si abbattono alberi per costruire qualcosa che permetta di godere della natura. Si altera il paesaggio per renderlo più attraente. Si consuma ciò che si pretende di valorizzare.
La parola decisiva è riqualificazione. Una parola amministrativamente impeccabile, capace di rendere rispettabile quasi ogni trasformazione. Non si dice più che un luogo viene modificato: viene “riqualificato”. Non si dice che si costruisce: si “valorizza”. E così il linguaggio diventa il primo strumento della trasformazione del paesaggio. È una forma di predazione gentile soltanto nel vocabolario.
Viene in mente ‘Il male non esiste’ di Ryūsuke Hamaguchi, dove un progetto di glamping nasce dalla convinzione che anche la natura debba essere organizzata per diventare un prodotto turistico. Il film mostra con straordinaria sottigliezza che il problema non è soltanto distruggere la natura: è renderla consumabile.
Forse dovremmo recuperare una parola molto più povera: passeggiata. Camminare nel bosco senza dover fare nulla. Ascoltare gli uccelli. Sentire il vento. Guardare la luce tra i faggi. Tornare a casa senza aver prodotto fotografie, contenuti, adrenalina o esperienze da raccontare.
Soltanto essere stati lì. Perché forse il bosco non ha bisogno di essere valorizzato. Ha bisogno di essere lasciato in pace. Concludo con un piccolo dizionario delle parole fraudolente.
Adrenalinico: la bellezza non basta più; deve procurarci tachicardia;
Immersivo: non basta stare in un luogo; bisogna trasformarlo in un’esperienza confezionata.
Esperienziale: vivere non è sufficiente. Bisogna consumare un’esperienza.
Valorizzazione: spesso significa trovare un modo per monetizzare ciò che prima aveva un valore proprio.
Riqualificazione: la parola più innocente e più sospetta. Può significare che un luogo viene migliorato. Oppure che viene cambiato così radicalmente da non essere più quello che era.
E così il bosco diventa una location immersiva per esperienze adrenaliniche, dopo essere stato opportunamente riqualificato. Poi qualcuno si stupirà che non ci siano più boschi. E probabilmente lo chiamerà, con un’altra parola bellissima, sviluppo.
Credo sia necessario un intervento urgente, una raccolta firme, qualsiasi iniziativa per impedire o almeno ritardare questo ennesimo scempio alla nostra bellissima regione. Dario Danza Sproviero, medico – Bologna









