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La Basilicata e la “febbre dell’oro green”
Immagine generata con IA

L’impianto a biogas di Policoro: l’ennesima tappa nella corsa al profitto

L’impianto di biometano a Policoro (Matera), proposto dalla Policoro Green Società Agricola srl, prevede una produzione di circa 500 Smc/h da biomasse agricole. Il progetto ha acceso un forte dibattito locale tra la società proponente e l’amministrazione comunale insieme ai residenti contrari.

Sintesi storica della vicenda: dal Tar al Consiglio di Stato

L’azienda ha ottenuto l’autorizzazione regionale con i pareri favorevoli degli enti competenti. L’amministrazione comunale di Policoro ha espresso parere contrario e avviato azioni legali a difesa del territorio per dubbi tecnici e ambientali. Il Tar ha respinto il ricorso presentato da proprietari di immobili e terreni vicini contro la realizzazione della centrale.

La contestazione

La contestazione locale contro l’impianto di biometano a Policoro non è mai stata di natura ideologica, ma si è concentrata sulla scelta del sito e sui potenziali rischi ambientali ed economici per la comunità.

Le ragioni principali sollevate dall’amministrazione comunale, dalle associazioni e dai residenti riguardavano: la prossimità al centro abitato.Il sito individuato in zona che si trova molto vicino al centro urbano e adiacente alla zona Pantano, un’area densamente popolata da circa 1.500 persone.

Danni all’agricoltura specializzata. La zona è caratterizzata da colture ortofrutticole di altissimo pregio (come fragole, agrumi, pesche e albicocche). Gli agricoltori temono che la vicinanza dell’impianto possa svalutare i terreni e danneggiare l’immagine e la commercializzazione dei prodotti.

Impatto su turismo e vocazione del territorio.I comitati sostengono che una centrale industriale per il trattamento di biomasse contrasti con la forte vocazione turistica e agricola della costa ionica lucana, favorendo gli interessi economici di pochi a scapito della collettività.

Criticità tecniche e ambientali. Il Comune di Policoro ha sollevato specifiche obiezioni urbanistiche ed edilizie nei ricorsi, tra cui il mancato rilievo del rischio dighe da parte dei proponenti nel progetto originario.

Preoccupazioni sulla salubrità.Nonostante la tecnologia a ciclo chiuso, i cittadini temono l’aumento del traffico di mezzi pesanti per il trasporto delle biomasse, possibili emissioni odorigene e la gestione del digestato.

Mancanza di pianificazione e concertazione.Viene contestato alla Regione Basilicata di aver concesso l’autorizzazione senza un piano programmatico di gestione delle aree idonee per questi impianti.

Mancato confronto pubblico.L’opposizione e i comitati lamentano che l’iter sia stato approvato dagli enti regionali senza un reale dibattito preventivo aperto alla cittadinanza e al Consiglio comunale.

Il Tar

Nonostante queste forti motivazioni abbiano spinto il Comune e i residenti a fare causa, il Tar della Basilicata ha respinto i ricorsi, non riscontrando vizi di forma nella procedura regionale né pericoli immediati per la salute pubblica.

Il Tar ha sottolineato il “favor legislativo” per le energie rinnovabili poiché la normativa italiana ed europea prevede un forte principio di favore verso gli impianti di transizione ecologica e di produzione di energia da fonti rinnovabili. Questo interesse nazionale e sovrannazionale alla decarbonizzazione e all’economia circolare prevale sulle opposizioni locali, purché l’impianto rispetti i parametri di legge.

A seguito di questa bocciatura, il Comune di Policoro è stato condannato al pagamento delle spese processuali (circa 5.000 euro, a cui si aggiungono le spese per i propri legali). Nonostante ciò, l’amministrazione comunale ha impugnato la sentenza dinanzi al Consiglio di Stato.

Il Consiglio di Stato

Il Consiglio di Stato ha respinto l’appello del Comune di Policoro. La sentenza conferma la legittimità del provvedimento rilasciato dalla Regione e le procedure seguite. La realizzazione dell’impianto sarebbe di interesse pubblico e conforme alle norme europee e nazionali. Il comune è stato condannato al pagamento delle spese legali per 15mila euro.

I profitti

In questo clima di rincorsa al green for profit, specie in Basilicata, proliferano autorizzazioni e impianti nel nome dell’interesse nazionale e sovrannazionale. La chiave motivazionale dei lascia passare ad ogni costo è in quella frase magica: “favor legislativo”. Come abbiamo già scritto in altri articoli, la febbre dell’oro green ha aperto prima e spalanca oggi la strada a decine e centinaia di Società guidate e partecipate dalla fame di profitti. In questo caso l’importo del contributo in conto capitale ammesso dal Gse nell’atto di concessione della Pnrr Facility Biometano per la Policoro Green Società Agricola S.r.l. è di 6.656.818,00 euro.

Trattandosi di un incentivo pubblico (pari di norma a un massimo del 40% delle spese ammissibili previste dai decreti ministeriali legati al Pnrr), l’investimento complessivo stimato (tra quota pubblica e quota privata a carico dell’azienda) per la realizzazione e messa in esercizio della centrale si attesterebbe intorno ai 12 e i 16 milioni di euro

A regime e alla massima capacità operativa, il fatturato annuo stimato per un impianto di biometano di questo tipo (500 Smc/h) si aggirerebbe intorno ai 4,5 – 5,5 milioni di euro, generando un margine operativo lordo (EBITDA) per la proprietà compreso tra i 2 e i 2,5 milioni di euro all’anno prima di tasse e ammortamenti.

Avendo coperto il 40% delle spese iniziali con i 6,6 milioni di euro a fondo perduto del Pnrr, la quota di capitale privato da recuperare cala drasticamente. Il piano finanziario permette di solito alla proprietà di rientrare completamente dall’investimento privato iniziale (Payback Period) in appena 4 – 6 anni di esercizio.

In caso di vendita “Ready to Build” (Solo le autorizzazioni), il valore stimato delle sole licenze e del decreto di finanziamento oscilla tra 1 e 2 milioni di euro. Cifra che rappresenta un profitto quasi netto per il proponente, tolte le sole spese sostenute per i tecnici, i legali nel ricorso e la progettazione iniziale.

In caso di vendita all’avvio dell’attività (Impianto “chiavi in mano”), il valore di mercato dell’impianto potrebbe essere stimato tra i 18 e i 25 milioni di euro. Sottraendo i costi reali di costruzione (circa 14 milioni di euro di investimento totale, alleggerito dai 6,6 milioni a fondo perduto del Pnrr, per un esborso reale di tasca propria di circa 7,5-8 milioni), il proprietario realizza una plusvalenza netta stimata tra i 10 e i 15 milioni di euro.

Poiché la Policoro Green è configurata come Società Agricola, se l’impianto mantiene la qualifica di attività connessa alla produzione agraria (utilizzando i sottoprodotti dei terreni), la tassazione sul reddito segue regole agevolate (reddito agrario su base catastale). Questo rende il pacchetto azionario o le quote societarie estremamente appetibili per i grandi fondi d’investimento, che sono disposti a pagare un premio sul prezzo di acquisto pur di accaparrarsi asset con una redditività fiscale così ottimizzata.

L’assetto societario della Policoro Green società agricola srl

I due principali soci detentori del 40% ciascuno delle quote sono Marco Vitale, presidente del Consiglio di Amministrazione, e la Società semplice Beta Holding rappresentato dal suo amministratore, Alberto Battiloro. La Società Semplice Beta Holding (iscritta al Registro delle Imprese a Chieri (To) è una  tipica forma giuridica utilizzata principalmente come “società cassaforte” o veicolo di gestione patrimoniale e immobiliare. Un tipo di Società spesso impiegata per la locazione o la gestione di beni immobili di proprietà o partecipazioni finanziarie e con lo scopo di proteggere il patrimonio familiare. Non svolgendo attività commerciale in senso stretto, non è soggetta all’imposta regionale sulle attività produttive ed ha minori obblighi di pubblicità dei bilanci rispetto alle società di capitali. In più ha grande libertà nella stesura dei patti sociali per regolare i rapporti tra i soci. Tutto legittimo, per carità.

Il valore green for profit

Non sappiamo se quell’impianto sarà gestito dalla società proponente, o se sarà venduto in qualche forma. Sappiamo però che in nome del favor legislativo, ossia dell’interesse nazionale, nessuno analizzerà i costi collaterali a carico del territorio e l’effetto alone sull’economia locale e sulla qualità della vita dei residenti. Sarebbe interessante capire dove pende il piatto della bilancia e chi in sostanza ricava benefici e chi malefici. Sappiamo che l’energia prodotta andrà a finire nella rete nazionale e che le bollette energetiche dei cittadini del posto non subiranno alcuna riduzione.

La transizione energetica deve portare benefici ai cittadini a i territori. Con questo sistema normativo, finanziario, di incentivi e autorizzativo qualcosa non funziona. Non si tratta di dire no all’impianto a prescindere. Si tratta di dire no a un sistema speculativo che si è insinuato nella febbre dell’oro green.

Le Regioni e i Comuni possono realizzare impianti fotovoltaici, eolici e a biometano in partnership con società private. Possono usare strumenti come il Partenariato Pubblico-Privato (Ppp) e il project financing, oppure creare Comunità Energetiche Rinnovabili (Cer) insieme a cittadini e imprese, affidando ai privati la costruzione e la gestione. Vi diamo una traccia che spinge nella direzione opposta alle scelte energetiche della Regione Basilicata. Altro che “Fotovoltaico anche su cave dismesse e discariche chiuse”. Altro che l’energia pulita del futuro deve nascere laddove il territorio è già stato compromesso in passato. Altro che “più risorse per i lucani” Chiacchiere non solo inutili, ma dannose.

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