L’altalena, la giostra, le piste di plastica e le altre fregnacce lucane
Possibile che tanti amministratori regionali e locali non si rendano conto delle sciocchezze?
Diciamolo. Il fallimento di molti grandi attrattori turistici nelle aree interne e montane (dai maxi-impianti da sci a bassa quota alle grandi opere di “neoturismo” scollegate dal tessuto locale) deriva da un’impostazione concettuale errata: la trasposizione del modello di consumo urbano o balneare in territori con fragilità strutturali. Spesso si finanzia una singola attrazione spettacolare (esempio ponte tibetano, impianti di risalita sproporzionati, parchi tematici) dimenticando o pur sapendo che un’attrazione da sola non fa “destinazione”.
In assenza di un ecosistema ricettivo efficiente, il turista fruisce dell’opera per poche ore e riparte, lasciando sul territorio costi di manutenzione anziché valore economico. Un attrattore turistico non può compensare lo spopolamento né la carenza di infrastrutture primarie quali il trasporto pubblico scarso o inesistente. Perciò spesso diventa impossibile raggiungere i luoghi senza mezzi propri. I nostri statisti continuano a ridicolizzarsi sostenendo che un’altalena o una giostra panoramica contribuiscono a frenare lo spopolamento.
Spesso mancano presidi medici, stazioni di servizio e negozi di prima necessità oltre alla scarsa copertura di rete internet. Il fallimento risiede anche nell’ostinazione a finanziare impianti di risalita in montagna a quote medio-basse. Il cambiamento climatico e l’innalzamento delle temperature rendono insostenibili sia i costi dell’innevamento programmato sia i consumi idrici ed energetici ad esso associati. E così si propongono piste di plastica.
In tal modo si crea dipendenza da contributi pubblici a pioggia senza piani di sostenibilità sul lungo periodo con l’esito di strutture abbandonate una volta esauriti i fondi iniziali. In Basilicata abbiamo molti esempi, ne parleremo nella prima puntata dell’inchiesta “padroni della montagna”. Altri li abbiamo già raccontati, tipo lo sbarco dei Greci a Senise.
Spesso siamo in presenza di progettazioni calate dall’alto, senza il coinvolgimento della comunità locale, e di un impatto paesaggistico elevato con conseguente degrado dell’ambiente naturale che rappresenta l’unico reale capitale attrattivo. Nel frattempo a guadagnarci sono progettisti, affidatari di lavori, e gestori che al momento della crisi bussano alla porta del denaro pubblico.
Installazioni come la mega altalena panoramica, la zip-line ad alta quota o le giostre sospese rappresentano l’esempio perfetto di “luna park di montagna”: attrazioni che in sostanza servono principalmente per creare un impatto visivo immediato e generare contenuti virali sui social network. Queste installazioni attraggono un flusso di visitatori spinto dall’effetto novità e dal desiderio di uno scatto fotografico, una specie di turismo da social, tanto per acchiappare like dagli amici. Le ricadute economiche sono spesso limitate al costo del biglietto dell’attrazione e a consumi minimi: un caffè o uno snack veloce, al massimo un pranzo al ristorante più vicino.
La continuità, ossia il ritorno nel luogo è pressoché nulla. Difficile che un utente ritorni nello stesso posto solo per ripetere l’esperienza della giostra o dell’altalena, eccetera.
Un discorso a parte meriterebbero invece attrattori come Il Ponte alla Luna che appartengono a quella categoria di interventi definiti dagli urbanisti e dagli economisti del turismo come “attrattori ad alta carica emozionale” o turismo di avventura esperienziale. Questo tipo di attrattori presenta elementi tipici sia della logica “ludica”, sia di una visione di sviluppo territoriale più strutturata. Aperta e chiusa parentesi.
A differenza del patrimonio naturale o culturale, le attrazioni artificiali soffrono di una rapida obsolescenza dell’attrattività. L’interesse del pubblico cala drasticamente entro 3-5 anni dall’inaugurazione. Un comune vicino può costruire un’altalena più alta o una zip-line più lunga, rendendo istantaneamente obsoleta quella precedente. Bell’affare. E’ già accaduto in Basilicata.
Quando l’attrazione non riflette la storia, l’ambiente o le tradizioni del luogo, sorge un problema di coerenza. Perciò si ha uno scarso impatto sulla filiera. L’attrattore non stimola l’artigianato locale, la ristorazione tipica o l’agricoltura di montagna. E la montagna rischia di ridursi a semplice “sfondo fotografico” svalutando l’esperienza dell’ambiente naturale.
Se proprio siamo convinti che bisogna puntare sul turismo allora l’approccio dovrebbe cambiare e puntare soprattutto sulla manutenzione e la valorizzazione del patrimonio naturalistico. Il modello ludico non solo deturpa quel patrimonio e lo rende estraneo ai luoghi, ma destina i cosiddetti “attrattori” a fallimento certo. E poi, vuoi mettere, sullo sfondo del panorama dell’altalena la visuale include anche le pale dell’eolico selvaggio.
©Riproduzione riservata






