Lomuti (M5S) e Amendola (Pd): Cpr, la destra si arrampica sugli specchi
I due deputati replicano al senatore Rosa: Tirare in ballo il 2017 non cancella le responsabilità di chi governa oggi
Riceviamo e pubblichiamo il comunicato stampa dei deputati Arnaldo Lomuti (M5S) e Vincenzo Amendola (Pd)
«Tirare in ballo il 2017 non cancella le responsabilità di chi governa oggi. Quella struttura andava chiusa già due anni fa, dopo il primo decesso: è questo che la destra continua a ignorare».
Le dichiarazioni della destra sulla morte di un uomo di trentadue anni nel Cpr di Palazzo San Gervasio sono un maldestro tentativo di nascondere il fallimento del Governo sulle politiche migratorie e sulla gestione dei centri di trattenimento. E cominciano male: il senatore Rosa scrive che il rispetto viene prima di ogni altra parola e poche righe dopo ricorda che le persone trattenute nei Cpr risultano quasi tutte denunciate per reati. Lo fa il giorno dopo un decesso. Ricordare i precedenti di un uomo mentre se ne annuncia il cordoglio è il modo più preciso per far capire quanto poco si ritenga che quella vita valesse: quel passaggio andrebbe ritirato, perché non appartiene al linguaggio delle istituzioni.
Tirare in ballo il 2017 non cancella le responsabilità di chi governa oggi. E soprattutto è un argomento che si rovescia da solo: se i CPR sono strumenti utili, come Rosa sostiene rivendicandone il finanziamento, allora la firma di allora sarebbe un merito e citarla non ha senso; se invece è una colpa, il senatore sta ammettendo che quei centri sono un errore, e il suo Governo li finanzia da quattro anni. Non si può rivendicare un sistema e nello stesso tempo attribuirne la paternità agli altri. Chi governa oggi risponde di oggi.
Perché è questo Governo ed è questa maggioranza che hanno fatto finta di non vedere il decesso di due anni fa. Nell’agosto del 2024, in quella stessa struttura, morì Oussama, e la Procura di Potenza dichiarò pubblicamente che il centro non era in linea con uno standard di tutela della salute degno di uno Stato civile. Le indagini sulla gestione hanno riguardato ventisette persone, tra medici, gestori, avvocati e appartenenti alle forze dell’ordine, con ipotesi che vanno dai maltrattamenti alla truffa ai danni dello Stato. Pochi mesi dopo il Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa, visitando anche Palazzo San Gervasio, ha documentato maltrattamenti fisici, uso eccessivo della forza e ricorso improprio agli psicofarmaci. Associazioni, operatori e cittadini denunciano da tempo che lì dentro le cose non vanno. Quella struttura andava chiusa già due anni fa, ed è esattamente questo che la destra continua a ignorare.
I settanta milioni che il senatore rivendica sono destinati alla gestione e all’adeguamento strutturale dei centri, cioè al cemento e ai contratti: non a un medico in più, non a uno psichiatra, non a un protocollo di prevenzione. Le deroghe prorogate fino al 2028 significano costruire e adeguare quei luoghi con meno regole e meno controlli, nello stesso ambito in cui una Procura ha ipotizzato frodi nelle pubbliche forniture. A una morte si risponde con più trasparenza, non con più deroghe. E l’argomento delle denunce non regge nemmeno sul piano giuridico: essere denunciati non significa essere condannati, e se una persona commette un reato esistono il processo penale e il carcere. Il CPR non è un luogo di pena e non può essere usato come una sua sostituzione amministrativa. È in questa confusione che sta la sua insostenibilità.
Provare a fare polemica dopo una morte è un’operazione che offende la memoria di chi non c’è più e la dignità delle persone trattenute. Noi chiediamo altro, e lo chiediamo insieme, da parlamentari di due forze politiche diverse che su questo la pensano allo stesso modo: piena trasparenza sull’accaduto, che il Ministro dell’Interno riferisca alle Camere alla ripresa dei lavori su condizioni, personale sanitario, protocolli e convenzione con l’ente gestore, e l’immediata chiusura del CPR di Palazzo San Gervasio. Non un piano di ristrutturazione: la chiusura. Perché il problema non è come quel luogo viene gestito, è che esista. I CPR non possono essere luoghi dove si muore.


