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Per restare in piedi: la società della prestazione e il bisogno di sostanze. Parte seconda
Immagine generata con IA

Negli ultimi anni abbiamo assistito a una profonda trasformazione del mercato delle sostanze psicoattive. Si è passati da quelle che potremmo definire sostanze “da estraniazione”, utilizzate principalmente per fuggire dalla realtà, alle sostanze “da prestazione”, ricercate per affrontarla

Negli ultimi anni abbiamo assistito a una profonda trasformazione del mercato delle sostanze psicoattive. Si è passati da quelle che potremmo definire sostanze “da estraniazione”, utilizzate principalmente per fuggire dalla realtà, alle sostanze “da prestazione”, ricercate per affrontarla.

Non più soltanto strumenti per dimenticare, ma mezzi ai quali alcuni ricorrono per sostenere ritmi di vita sempre più intensi, reggere le pressioni quotidiane e rispondere alle continue richieste di efficienza e successo. È in questo contesto che si è affermata la cocaina. Una sostanza che molti consumatori non percepiscono più come qualcosa destinato a distruggere la propria esistenza. Al contrario, viene spesso vissuta come uno strumento capace di aumentare sicurezza, energia, concentrazione e controllo.

Ed è proprio questa trasformazione culturale, prima ancora che farmacologica, a renderla una delle sostanze più insidiose del nostro tempo.

La promessa di un benessere immediato

La cocaina offre una promessa estremamente potente: quella di sentirsi più forti più lucidi e soprattutto più sicuri. Nelle prime fasi del consumo la sostanza può dare l’impressione di possedere maggiore energia, maggiore sicurezza e una migliore capacità di affrontare situazioni impegnative.

Una riunione di lavoro, un esame, una serata ,una giornata che sembra non finire mai.

Il problema nasce proprio qui.

Perché la sostanza raramente entra nella vita delle persone presentandosi come un problema,molto più spesso entra come una soluzione.

Il mito della cocaina controllabile

Uno degli elementi che ha favorito la diffusione della cocaina è la convinzione che sia una droga “gestibile”.

Molti consumatori iniziano pensando:

“Lo faccio solo ogni tanto.”

“Quando voglio posso smettere.”

“Non sono come quelli che hanno una dipendenza.”

Questa rappresenta una delle grandi illusioni del consumo contemporaneo. Soprattutto nelle fasi iniziali, la cocaina può non produrre segni immediatamente riconoscibili. Chi la utilizza continua a lavorare. mantiene relazioni sociali conducendo  una vita apparentemente normale.

Ed è proprio questa apparente normalità a renderla particolarmente insidiosa.

Il consumatore invisibile

Per questo il consumo di cocaina attraversa mondi sociali molto diversi. Può riguardare giovani adulti, professionisti, lavoratori, imprenditori, studenti, persone che nessuno immaginerebbe come consumatori. Questo cambia profondamente il paradigma  in cui dobbiamo leggere il fenomeno.

La domanda non è più:

“Chi è il drogato?”

La domanda diventa:

“Perché una parte della società sente il bisogno di una sostanza per sostenere la propria quotidianità?”

La droga della società veloce

Ogni epoca produce le sostanze che meglio rispondono ai propri bisogni sociali.

Negli anni Settanta e Ottanta il consumo di eroina è stato interpretato prevalentemente come una forma di evasione: una ricerca di distanza dalla realtà, spesso legata a condizioni di marginalità, disagio e sofferenza personale. Oggi il quadro appare profondamente diverso.

Il successo della cocaina non può essere spiegato soltanto attraverso le sue caratteristiche farmacologiche o l’efficienza delle organizzazioni criminali che ne controllano il mercato. Per comprenderne la diffusione è necessario osservare il contesto sociale nel quale viene consumata.

Viviamo in una società che attribuisce un valore crescente alla produttività, alla competitività e alla disponibilità continua. In questo contesto alcune sostanze non vengono più ricercate per interrompere la quotidianità ma per riuscire a sostenerla. La loro funzione sociale cambia: da strumenti di evasione diventano strumenti  di adattamento.

È proprio in questo spazio culturale che la cocaina ha trovato la propria legittimazione simbolica. Per una parte dei consumatori non rappresenta più soltanto una sostanza illegale, ma un mezzo per sentirsi più efficienti, più sicuri, più resistenti alla fatica e maggiormente adeguati alle aspettative della vita contemporanea.

Il mercato criminale ha capito prima della società

Le organizzazioni criminali hanno intuito questa trasformazione molto prima che diventasse oggetto di studio o di dibattito pubblico.

Hanno compreso che, il mercato delle sostanze, non poteva più fondarsi esclusivamente sull’emarginazione, sul disagio o sulla dipendenza conclamata. Per continuare a crescere era necessario intercettare nuovi bisogni e ampliare la platea dei consumatori.

Non più soltanto persone ai margini della società ma lavoratori, professionisti, studenti, imprenditori. in sostanza persone perfettamente integrate nella vita sociale.

Le organizzazioni criminali non leggono la società attraverso categorie morali. La osservano come farebbe un’impresa che opera in un mercato globale: studiano i cambiamenti culturali, analizzano i comportamenti dei consumatori, individuano nuove opportunità e adattano la propria offerta all’evoluzione della domanda.

In altre parole, fanno ciò che ogni impresa orientata al profitto è chiamata a fare: comprendere il mercato prima dei concorrenti. Per questo la sostanza diventa un prodotto e, come ogni prodotto, deve rispettare alcune regole:  essere facilmente reperibile, avere un prezzo accessibile a una platea sempre più ampia, essere distribuita in modo capillare per  raggiungere nuovi segmenti di consumatori. Ma, soprattutto, deve cambiare il proprio significato.

Nessun mercato cresce se il prodotto continua a essere associato esclusivamente al degrado, all’emarginazione o alla dipendenza. Per espandersi deve modificare la propria immagine ed è, ciò che è accaduto negli ultimi decenni. Non è stata normalizzata la sostanza, è stata normalizzata la funzione che quella sostanza promette di svolgere.

Questo è il passaggio decisivo.

Le organizzazioni criminali hanno compreso che il valore economico di un prodotto non dipende soltanto dalle sue caratteristiche materiali, ma dal significato simbolico che i consumatori gli attribuiscono, se ci pensate, è  lo stesso principio sul quale si fonda il marketing contemporaneo.

Le persone non acquistano soltanto un’automobile, un orologio o un capo di abbigliamento ma acquistano l’idea di successo, di appartenenza, di riconoscimento sociale che quei beni promettono.

Anche il mercato delle sostanze illegali utilizza la stessa logica, non vende soltanto un composto chimico ma vende lo stereotipo di essere più adeguati alle aspettative di una società che sembra non concedere spazio all’errore, alla fragilità o alla stanchezza. Le mafie non producono i cambiamenti culturali, li osservano, li comprendono e  spesso, riescono a trasformarli in opportunità economiche prima ancora che la società ne prenda pienamente coscienza. Ed è questa  la loro forma più sofisticata di potere: non soltanto l’uso della violenza o dell’intimidazione ma la capacità di inserirsi nelle fragilità del nostro tempo, trasformandole in domanda di mercato e quindi in profitto.

Una questione culturale prima ancora che criminale

La domanda fondamentale rimane allora questa:

Perché una società ricca di conoscenze, tecnologie e possibilità individuali produce un bisogno crescente di sostanze che promettono energia, sicurezza e capacità di affrontare la realtà?

Forse perché abbiamo costruito un modello culturale nel quale il limite è diventato qualcosa da superare continuamente e il  bisogno di fermarsi viene giudicato come   un fallimento.

In questo spazio si inserisce la promessa della sostanza: non la fuga dalla realtà, ma l’illusione di poterla affrontare meglio. Si potrebbe dire che la cocaina, allora, non è soltanto una sostanza ma   uno specchio che riflette le contraddizioni della società contemporanea e mostra il punto in cui il desiderio di essere sempre più efficienti incontra l’incapacità di accettare i propri limiti. Qui la prima parte

∗ Marcello Colopi, sociologo e ricercatore sociale, autore di teatro civile e sociale, scrittore e podcaster . Vive e lavoro a Cerignola.  Qui il blog