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Sulla “Tartufaia più grande d’Europa” si addensano altre nubi
Cicala e Bardi (Foto Trm)

Vito Bardi dovrebbe chiarire e l’assessore Carmine Cicala dovrebbe spiegare

Sulla “Tartufaia più grande d’Europa”, si addensano altre nubi. Dall’analisi incrociata di altri due documenti di cui siamo venuti in possesso, emergono discrasie che aggiungono ulteriori scenari all’oscura vicenda della tartufaia controllata. Nella prima nota datata 15 giugno 2026 l’Ufficio Foreste e Tutela del Territorio della Regione, nega formalmente all’Amscil l’accesso agli atti, dichiarando testualmente che “non risultano agli atti dell’Ufficio […] documenti relativi a piani di spesa/finanziamento” e che la documentazione tecnica (cartografia, piani colturali, piedilista) “afferisce alla titolarità dell’Alsia”.

Appena nove giorni dopo, il 24 giugno 2026, compare una seconda nota indirizzata ai Comandi Carabinieri Forestali. In questo documento, l’Ufficio trasmette improvvisamente proprio quegli atti (cartografie, piano colturale, piedilista) che il 15 giugno dichiarava di non possedere.

Questa circostanza solleva ulteriori interrogativi. Perché nella seconda nota, sopra l’intestazione ufficiale dell’Ufficio Foreste, compare improvvisamente la denominazione Alsia (area smistamento)?  I controllori si sono sostituiti al controllato? A firmare entrambi gli atti i medesimi dirigenti. Com’è possibile che gli stessi funzionari regionali che il 15 giugno dichiarano di non avere alcuna documentazione, il 24 giugno trasmettano ai Comandi dei Carabinieri Forestali quegli stessi documenti negati che erano dunque nella loro piena e immediata disponibilità?

Emerge il dubbio che il diniego opposto all’Associazione Amscil non avesse ragioni tecniche, ma fosse finalizzato a impedire l’esercizio del diritto di difesa in vista dell’udienza al Tar svolta il 29 luglio e poi rinviata a novembre prossimo con cui l’Amscil chiede l’annullamento, previa sospensione dell’efficacia, de Decreto del Presidente della Giunta Regionale della Basilicata n. 96 del 21 aprile 2026 e degli atti conseguenti.

Un ulteriore profilo di criticità riguarda la natura stessa del provvedimento, definito recentemente dagli uffici regionali come un mero “atto ricognitivo” che non costituirebbe titolo abilitativo per la trasformazione del suolo in tartufaia controllata. Tale versione appare tuttavia in palese contraddizione con quanto attestato dagli stessi tecnici nel verbale di sopralluogo del 27 marzo 2026, nel quale veniva solennemente certificata la “necessità” di eseguire interventi invasivi quali drenaggi, diradamenti, spalcature e messa a dimora di piante proprio per giustificare lo status di tartufaia controllata.

Questa definizione, “atto ricognitivo”, contrasta con il decreto n. 96 del 21 aprile 2026, che parla di “riconoscimento della tartufaia”. Contrasta soprattutto con gli annunci in pompa magna dei politici immediatamente dopo quel 21 aprile, i quali esultavano come se il progetto fosse già realizzato.

Sembrerebbe che la Regione abbia di fatto concesso una privativa di raccolta a favore dell’Alsia su 143,38 ettari di demanio pubblico, basandosi su un Piano colturale di cui ignora totalmente la fattibilità ambientale, non essendo stata mai neppure richiesta la prescritta Valutazione di Incidenza Ambientale (VIncA). La direttiva habitat da cui discende la ZSC già Sic (Sito di Importanza Comunitaria) fa divieto assoluto di recintare le aree poiché impedirebbero alla fauna di spostarsi in quei corridoi ecologici su cui la stessa direttiva si fonda.

Per quanto poi la Vinca che è un vincolo relativo e non assoluto e quindi superabile con gli interventi di mitigazione è solo uno dei vincoli che riguarda l’area. Gli enti e gli uffici interessati al caso sono il Bacino meridionale, l’Ufficio idrogeologico regionale, l’Ufficio piano tutela delle acque regionale, l’Ufficio foreste regionale e la Sovrintendenza ai beni paesaggistici per i vincoli assoluti. Gli unici interventi sulle aree a vincolo assoluto che non richiedono l’autorizzazione paesaggistica sono gli interventi agro-silvo-pastorali purché autorizzati preventivamente dall’ organo amministrativo preposto. Per esempio tagli boschivi, spalcature, eccetera.

In sostanza, gli uffici avrebbero blindato un interesse particolare sottraendo un bene collettivo ai cittadini, prima ancora di aver accertato se le opere ritenute “necessarie” dai propri tecnici siano compatibili con l’integrità dell’habitat protetto delle ZSC (Zone speciali di conservazione) coinvolte.

Non è solo la Vinca che manca, sembrerebbe che per questo tipo di progetti sia necessaria la Via (Valutazione d’impatto ambientale). Pertanto, come minimo la Regione avrebbe dovuto indire una conferenza di servizio dedicata al procedimento finalizzata alla raccolta preliminare di tutti i pareri di competenza.

Insomma, più passa il tempo più questa vicenda si colora di grigio. Non è chiaro se la confusione sia determinata da un semplice pasticcio burocratico e procedurale o, al contrario, sia voluta per nascondere finalità ad oggi ignote ai cittadini. Quando le istituzioni non sono trasparenti e non rispettano le leggi si rompe il patto di fiducia tra i cittadini e lo Stato. Questo comportamento rischia di generare corruzione, abusi di potere e perdita dei diritti fondamentali. Certo, la vicenda della Tartufaia è una delle tante a cui siamo abituati da anni. Tuttavia, almeno su questo caso, Vito Bardi dovrebbe chiarire e l’assessore Cicala dovrebbe spiegare.

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