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Energia nucleare, il petrolio lucano e la propaganda del Governo
Il ministro Pichetto Fratin e Vito Bardi

Per eludere l’emergenza in atto sull’energia si lancia la palla sugli spalti del nucleare

Il Parlamento ha appena approvato la legge delega sull’energia nucleare sostenibile. Prima che il nuovo quadro normativo diventi operativo attraverso i decreti legislativi, e soprattutto prima che si costruisca la prima centrale, passerà molto tempo perché ci sono tre questioni che non possono essere ignorate. La tre questioni sono: quanto costa il nucleare nuovo, quando potrebbe davvero entrare in funzione e dove metteremmo le scorie. In assenza di risposte concrete stiamo oggettivamente parlando di propaganda. Insomma per eludere l’emergenza in atto sull’energia si lancia la palla sugli spalti del nucleare.

I COSTI

Si continua spesso a citare il prezzo dell’energia prodotta dalle centrali esistenti come se fosse quello di una centrale da costruire oggi. Non è così. Sulla base delle principali fonti internazionali, il nucleare esistente e ammortizzato si colloca indicativamente fra 25 e 50 dollari per MWh, cioè 2,5-5 centesimi per kWh. Un nuovo nucleare costruito in serie può collocarsi fra 70 e 110 dollari/MWh, cioè 7-11 centesimi/kWh. Ma un primo grande reattore occidentale sale a 120-220 dollari/MWh, 12-22 centesimi/kWh. Per i primi SMR (Small modular reactor) la forchetta indicativa arriva a 120-250 dollari/MWh o più, cioè 12-25 centesimi/kWh o più.

Dire quindi che “il nucleare costa poco”, prendendo come riferimento una centrale francese costruita quarant’anni fa, è sbagliato. per confronto il solare ha un costo tra i 3 e i 7 centesimi di $ per kwh, e l’eolico terrestre 3-7,5 e quello offshore 7-14.

I TEMPI

Il ministro Pichetto Fratin ha indicato il 2033-2034 come possibile orizzonte per i primi impianti italiani. L’esperienza europea recente invita però alla prudenza. Olkiluoto 3, in Finlandia, entrò nella fase di costruzione nel 2005 e ha iniziato la produzione regolare nell’aprile 2023. Anche Flamanville 3, in Francia, ha accumulato enormi ritardi. Avviata nel 2007 con entrata in servizio prevista nel 2012, ha raggiunto la rete solo nel 2024

Non significa che ogni futura centrale debba richiedere diciotto anni. Significa però che nel nucleare contano enormemente standardizzazione, capacità industriale, autorizzazioni, organizzazione del cantiere e soprattutto costo del capitale: se immobilizzo miliardi per dieci o quindici anni, anche gli interessi diventano parte rilevante del costo dell’energia.

E gli SMR, i piccoli reattori modulari sui quali punta molto del dibattito italiano? Sono una tecnologia interessante da seguire, ma non ancora una filiera commerciale matura. La promessa è produrre moduli standardizzati in fabbrica e abbattere costi e tempi attraverso la serie. Ma proprio la serie deve ancora dimostrare di compensare la perdita delle economie di scala. L’IEA rileva che quasi tutti i 78 GW nucleari oggi in costruzione nel mondo sono ancora grandi reattori; gli SMR commerciali operativi o effettivamente in costruzione sono pochissimi.

Il caso francese viene spesso portato come prova definitiva. Ma la Francia non è l’Italia che decide oggi di ripartire. Dopo lo shock petrolifero del 1973 costruì 56 reattori fra il 1974 e il 1989, con EDF, una filiera industriale integrata, progetti standardizzati e una continuità di ordini durata decenni. Nel 2025 il nucleare ha prodotto il 68,1% dell’elettricità francese. È il risultato di una scelta industriale compiuta mezzo secolo fa, non la dimostrazione che oggi un Paese privo di quella filiera possa ottenere gli stessi costi.

Nel mentre la Germania ha completato l’uscita, la Spagna programma una chiusura graduale. Ma un dato è significativo: circa metà della capacità nucleare mondiale oggi in costruzione è in Cina e, nell’ultimo decennio, il 94% dei reattori di cui è iniziata la costruzione utilizza tecnologia cinese o russa. Il nuovo nucleare procede soprattutto dove esistono una filiera consolidata, continuità industriale, finanziamenti di lungo periodo e un forte ruolo dello Stato.

LE SCORIE: UN PROBLEMA CHE IN BASILICATA CONOSCIAMO BENE

L’Italia non è ancora riuscita a realizzare il Deposito nazionale necessario per sistemare razionalmente i rifiuti radioattivi che già possiede. E quel deposito risolverebbe definitivamente soltanto il problema dei rifiuti a molto bassa e bassa attività: quelli a media e alta attività sarebbero custoditi temporaneamente, in attesa di un futuro deposito geologico.

Nel 2003 il Governo individuò Scanzano Jonico come sede del deposito nazionale. Le proteste furono tali che l’indicazione venne cancellata durante la conversione del decreto. È una lezione che non andrebbe dimenticata: individuare un sito tecnicamente idoneo è una cosa, convincere una comunità ad accettarlo è tutt’altra. Prima di progettare nuove centrali bisognerebbe quindi spiegare anche dove saranno costruite e dove saranno custoditi per generazioni i loro rifiuti. Immagino che gran parte della opinione pubblica favorevole cambierebbe rapidamente opinione se il deposito di scorie fosse fatto vicino casa.

In aggiunta ai rischi connessi alla prodizione e allo stoccaggio delle scorie c’è il fatto che le guerre recenti dimostrano che le centrali diventano un immediato obiettivo bellico e terroristico.

IL REFERENDUM DEL 2011

Finite le questioni tecnico economiche c’è infine il referendum del 2011. Il 94,05% dei voti validi, con un’affluenza del 54,79%, si espresse per l’abrogazione delle norme che consentivano il ritorno alla produzione elettronucleare. Giuridicamente quel voto non ha introdotto un divieto costituzionale eterno: la Corte costituzionale riconosce che il legislatore può tornare sulla materia quando mutino le circostanze, purché non si limiti semplicemente a far rivivere la normativa abrogata. Resta però una questione politica: dopo un pronunciamento popolare di quelle dimensioni, sarebbe quantomeno opportuno spiegare perché le condizioni sarebbero oggi radicalmente cambiate.

E IL PETROLIO LUCANO?

Non rappresenta una soluzione strutturale: è una fonte fossile, quantitativamente limitata e destinata a esaurirsi. Piuttosto, se proprio si possono ignorare i problemi ambientali della estrazione in un territorio così fragile come la Basilicata, una parte consistente delle rendite dovrebbe servire proprio alla trasformazione energetica del territorio.

LA CON CONCLUSIONE E’ SEMPLICE

Il nucleare esistente, per chi lo possiede, può essere una risorsa preziosa. Il nucleare nuovo è un’altra cosa: richiede capitali enormi, tempi lunghi, una filiera industriale e una soluzione credibile per i rifiuti. Gli SMR meritano ricerca e attenzione, ma sarà possibile giudicarli quando conosceremo costi e tempi di una vera produzione in serie.

Nel frattempo abbiamo tecnologie immediatamente disponibili: efficienza energetica, fotovoltaico, eolico, reti, accumuli, pompaggi e gestione intelligente della domanda, mantenendo durante la transizione una capacità programmabile. Stimo che una riduzione dei consumi finali di 10 Mtep equivalga a circa 116 TWh l’anno sia possibile. Il risparmio di energia con l’efficientamento energetico è  il vero campo dove investire. È energia che non deve essere né importata né prodotta.

La legge può aprire una possibilità. Non può, per decreto, abbassare il costo del capitale, abbreviare i cantieri, trovare il sito per le scorie o trasformare una tecnologia ancora da industrializzare in energia disponibile domani.

Penso che, se anche con determinazione il governo e i suoi successori investissero con continuità e coerenza sul nucleare la prima centrale entrerà in servizio al di fuori del mio orizzonte temporale. Il resto nel dossier pubblicato sul mio blog .

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