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La scuola non è un ufficio eventi: la lettera aperta di un genitore
Foto di repertorio

“Se i bambini fanno sempre più cose, ma imparano meno, forse una domanda dobbiamo farcela”

Propongo alla scuola italiana una nuova iniziativa: la Giornata della giornata normale. Niente slogan, niente tema dell’anno, niente fotografia finale, niente attività da raccontare. Solo leggere, capire, scrivere, ragionare, sbagliare, correggere e riprovare. Si potrebbe persino ripetere il giorno dopo. La provocazione serve a porre una domanda molto meno ironica: siamo ancora capaci di distinguere una scuola piena di attività da una scuola capace di produrre apprendimenti solidi? Perché non sono la stessa cosa.

Secondo INVALSI, nel 2026 circa il 37% degli alunni di quinta primaria resta sotto il livello base in matematica. Non significa che la scuola italiana non funzioni e non significa che progetti e uscite siano inutili. Ma significa che il problema degli apprendimenti esiste, ed è troppo serio per essere coperto da un calendario sempre più affollato. Forse dovremmo smettere di chiederci soltanto che cosa abbiamo organizzato e iniziare a chiederci più spesso che cosa è rimasto davvero ai bambini.

Ogni progetto può avere una buona ragione per esistere. Un laboratorio può essere utile, una giornata speciale può avere valore. Ma cento buone iniziative non creano cento ore in più: il tempo scolastico è quello. E allora qualcuno deve avere il coraggio di chiedere quanto di quel tempo venga usato per spiegare, esercitare, correggere e tornare su ciò che non è stato capito. Soprattutto: quando un bambino non impara, che cosa viene sacrificato per permettergli di recuperare?

Vorrei una scuola nella quale ripetere una divisione, rileggere un testo difficile o spiegare per la terza volta un concetto avesse la stessa dignità di qualunque attività più visibile. Perché il recupero non ha un logo, la comprensione del testo non ha una locandina e una frazione finalmente capita non finisce sui social. Ma dovrebbe essere esattamente questo il successo che una scuola vuole mostrare.

C’è poi una questione che molti genitori conoscono bene. Aiutare un figlio nei compiti è normale; dover diventare ogni pomeriggio il secondo insegnante non dovrebbe esserlo. Se una parte importante del consolidamento viene trasferita sistematicamente a casa, allora dobbiamo porci una domanda scomoda: che cosa succede ai bambini che non hanno un adulto disponibile, preparato o economicamente in grado di sostenerli? La scuola pubblica nasce anche per ridurre le differenze di partenza e non può permettersi di trasformare la famiglia nel correttivo permanente di ciò che non riesce a consolidare nell’orario scolastico.

La disponibilità di un genitore non dovrebbe essere un prerequisito nascosto dell’apprendimento. E forse dovremmo smettere di chiamare automaticamente tutto questo «alleanza educativa»: un’alleanza presuppone collaborazione, non sostituzione. Il punto non è avere genitori sempre più capaci di far terminare i compiti; il punto è avere bambini sempre più capaci di farli da soli.

Non chiedo una scuola vecchia, severa o nostalgica. Non chiedo meno creatività, meno inclusione o meno esperienze. Chiedo una cosa più semplice e più impegnativa: che tutto ciò che si fa abbia un senso rispetto a ciò che i bambini devono imparare. E che, quando i risultati non arrivano, non basti cambiare progetto: bisogna cambiare qualcosa nel modo in cui si insegna. Il problema vero non è se una scuola riesce a produrre un bel programma annuale, ma se riesce a produrre bambini che leggono meglio, scrivono meglio, ragionano meglio e diventano più autonomi.

Se questo avviene, benissimo. Se non avviene, dovremmo avere il coraggio di dirlo e soprattutto di intervenire. La scuola non dovrebbe aver paura delle domande dei genitori; dovrebbe aver paura del giorno in cui i genitori smettono di farle. Per questo la domanda decisiva è una sola: quando un bambino non ha imparato ciò che avrebbe dovuto, chi se ne accorge, che cosa cambia e quanto tempo passa prima che qualcuno intervenga davvero? Tutto il resto viene dopo.

Un evento si può ripetere. Un progetto si può rifare. Un anno scolastico no. Fermiamoci a misurare non quante cose siamo riusciti a organizzare, ma quanto i nostri bambini stanno realmente imparando. Un genitore della scuola primaria dell’IC n. 2 “Giovanni
Paolo II” di Policoro (MT). Lettera firmata.