Petrolio lucano, il grande inganno dell’export di greggio e raffinato all’estero
Mentre il Governo Meloni promette la “sovranità energetica”, il greggio della Basilicata finisce, in gran parte, sulle navi a Taranto dirette verso l’estero
Mentre il Governo Meloni promette la “sovranità energetica”, il greggio della Basilicata finisce, in gran parte, sulle navi a Taranto dirette verso l’estero. I numeri su produzione, royalties e navi smentiscono il racconto della propaganda assillante per ottenere altri pozzi con trivelle
Esiste una frattura profonda tra la narrativa della politica e la realtà dei fatti che si consuma tra le valli lucane e il mare di Taranto.
Da mesi i vertici di governo ripropongono lo stesso mantra: “Incrementare l’estrazione in Basilicata per garantire l’indipendenza energetica dell’Italia”. Una propaganda che parla di interesse nazionale e “riscatto energetico”, con l’approvazione di norme per commissariare le decisioni della Regione per superare le opposizioni ambientali e velocizzare le autorizzazioni. I numeri del 2025, però, raccontano una storia del tutto diversa.
I numeri della produzione 2025: una contrazione reale. Nel corso del 2025, la produzione complessiva di idrocarburi in Basilicata ha registrato un calo stimato dell ‘11% su base annua, scendendo da circa 2,79 milioni di tonnellate nel 2024 a 2,48 milioni.
-Eni (Val d’Agri – Cova): ha visto scendere la produzione a una media di circa 35.000–45.000 barili al giorno, ben lontana dal tetto massimo autorizzato dell’accordo quadro (104.000 barili/giorno).
-TotalEnergies (Tempa Rossa): si è attestata su una produzione oscillante tra i 35.000 e i 45.000 barili al giorno, mantenendosi al di sotto della capacità massima teorica di 50.000 barili/giorno.
A fronte di una capacità autorizzata nei due siti che sfiora i 140.000–150.000 barili al giorno, i giacimenti lucani viaggiano ben al di sotto dei regimi massimi. Ma la domanda fondamentale resta: a chi serve davvero la quota prodotta?
La rotta di Taranto: le petroliere prendono il largo. Il percorso logistico del greggio demolisce l’idea di un petrolio “a chilometro zero” destinato alle famiglie italiane. Attraverso un oleodotto di 136 km, il petrolio desolforato nei Centri Olio di Viggiano e Corleto Perticara fluisce direttamente all’hub di Taranto.
Qui la raffineria locale lavora solo una quota del greggio per soddisfare il fabbisogno dell’Italia. La rimanente parte — in particolare la maggior parte del greggio di Tempa Rossa operato da Total — viene stoccata nei serbatoi del terminal costiero e imbarcata su decine di navi cisterne ogni anno dal pontile petroli dello scalo ionico.
Un traffico navale di circa 150 petroliere all’anno conferma che lo scalo di Taranto non funge da semplice “serbatoio di riserva” nazionale, ma rappresenta un hub marittimo di export, dove centinaia di migliaia di tonnellate di greggio lucano prendono ogni mese la via del mare dirette ai mercati di raffinazione europei e internazionali. L’introito per i servizi di pilotaggio e attracco ammonterebbero a circa 15 milione nel centro pugliese
Da Taranto, le petroliere prendono la via del mare per rifornire le raffinerie e gli hub di trading internazionali situati in Francia, Germania e Nord Europa, oltre a inserirsi nelle triangolazioni commerciali e nei mercati spot del Mediterraneo.
Royalties: briciole e cali di gettito. Mentre le multinazionali (Eni, TotalEnergies, Shell) monetizzano il greggio vendendolo sui mercati internazionali al prezzo globale del Brent, cosa resta al territorio?
Se tra il 1996 e il 2025 l’ammontare complessivo versato da Eni e dai suoi partner tra Regione Basilicata e Comuni si attesta attorno ai 2,4 miliardi di euro, la flessione produttiva del 2025 ha generato una contrazione diretta del gettito delle royalties sia per la Regione che per i Comuni del distretto estrattivo.
Introiti che, pur garantendo entrate di bilancio agli enti locali (spesso usati per compensazioni sintomatiche come il “bonus gas”), non modificano la realtà economica: un litro di carburante raffinato da greggio lucano costa all’automobilista italiano esattamente quanto un litro di greggio importato dal Golfo Persico.
Il conto salato sul territorio. Di fronte a questi dati, la retorica del “sacrificio per la Patria” crolla. Alla Basilicata rimangono gli impatti ambientali sulle valli, i rischi per la tutela della risorsa idrica e la sensazione di essere trattata da colonia estrattiva al servizio del libero mercato e delle multinazionali dell’energia.
Nessun investimento in chimica fine e derivata, nessuna iniziativa di lavorazione di derivati del petrolio che vengono prodotti in Veneto, Emilia Romagna, Lombardia e Toscana da Eni. Il comparto ha un fatturato di 40 miliardi e quarantamila occupati impegnati nell’auto motive, farmaceutica, cosmesi ed in altri settori. In Basilicata solo sub appalti per lo smaltimento di rifiuti, servizi e briciole di manutenzione.
Tutto questo senza che mai sia stata aperta una vertenza o una trattativa per ottenere investimenti. Mancato rispetto dei patti stipulati per all’attività della Fondazione che doveva formare presso Unbas almeno 1000 studenti.
Basta il Tavolo regionale per la trasparenza. Aumentare eventualmente la produzione non darà all’Italia la sovranità energetica, ma aumenterà semplicemente il numero di barili di greggio immessi nell’oleodotto verso Taranto, pronti per essere caricati, in gran parte, sulle navi dirette all’estero.
È ora che si smetta di sventolare il tricolore sulle trivelle e spieghi chiaramente ai cittadini a chi giova davvero questa svendita del territorio. Le forze politiche, sindacali, gli enti locali, culturali e ambientali, la chiesa dovrebbero scendere in lotta per tutelare il territorio, le istituzioni e la necessità di ottenere investimenti e posti di lavoro non precari. *Pietro Simonetti – CSERES




