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Scuola, il vero esercito di cui abbiamo bisogno
Alberto Iannuzzi

Se la risposta alla complessità è separare, dividere, creare percorsi distinti per chi è in difficoltà, rischiamo di perdere il significato più profondo della scuola

Mentre la scuola italiana affronta problemi enormi, che vanno dalla dispersione scolastica alle disuguaglianze educative, dalla carenza di docenti ai territori che si spopolano, il dibattito pubblico sembra aver individuato un’emergenza diversa: quanti alunni stranieri possano stare nella stessa classe e come vietare il burqa. Questioni che nella nostra realtà quotidiana non hanno alcun peso reale, ma che vengono propagandate come priorità, fino a giustificare l’emanazione di un decreto-legge. Eppure il problema dell’inserimento linguistico degli studenti appena arrivati in Italia è noto da anni ed è già regolamentato con una circolare del 2010.

Nel frattempo, in regioni come la Basilicata, la presenza di bambini stranieri è benvenuta, dal momento che può contribuire ad evitare la riduzione delle classi e la chiusura di scuole.

E se nel mondo la democrazia è attraversata da una crisi senza precedenti e le relazioni tra Stati sono dominate dalla legge del più forte e dalla regola del profitto economico, la scuola avrebbe bisogno di più educazione civica, di  più cultura umanistica e di strumenti critici, per consentire di comprendere la realtà. Perché è lì, prima ancora che nelle aule parlamentari, che si costruisce una società capace di restare democratica, e far sì che i ragazzi non cadano nella rete delle dipendenze di ogni tipo e subiscano l’influenza delle organizzazioni criminali.

Spesso sentiamo ripetere: “La mafia sarà vinta da un esercito di maestri elementari”. La frase è attribuita a Giovanni Falcone, ma la paternità appartiene a Gesualdo Bufalino. E forse è proprio il fatto che sia stata pronunciata da uno scrittore, e non da un magistrato, a renderla oggi ancora più interessante.

Bufalino non parlava soltanto della mafia come organizzazione criminale: indicava nella cultura, nell’istruzione e nella formazione delle coscienze gli strumenti più profondi per impedire che la criminalità trovasse terreno fertile.

L’“esercito” di cui parlava Bufalino non aveva armi, ma libri, parole, pazienza, conoscenza. Non combatteva la mafia soltanto quando era diventata un’organizzazione criminale, ma prima: quando un ragazzo rischiava di essere escluso, quando l’ignoranza diventava rassegnazione, quando l’assenza dello Stato lasciava spazio a chi prometteva appartenenza e protezione.

È questa la lezione di Bufalino che rischiamo di dimenticare, che rende il dibattito sulla scuola e sugli studenti stranieri meritevole di ben altra profondità.

Se la risposta alla complessità è separare, dividere, creare percorsi distinti per chi è in difficoltà, rischiamo di perdere il significato più profondo della scuola, così come voluta dalla Costituzione. Se invece la risposta è aumentare le risorse, quella complessità può diventare un’occasione educativa.

Un bambino che arriva in Italia senza conoscere l’italiano non è un peso da spostare da una classe all’altra. Per aiutarlo servono personale specializzato, ore di italiano, tutor, mediatori linguistici, educatori. Insomma, servono più insegnanti: è qui il senso dell’intuizione di Bufalino.

L’“esercito” di maestri non dovrebbe essere una metafora buona soltanto per le celebrazioni dell’antimafia. Dovrebbe diventare un criterio per decidere dove mettere le risorse pubbliche: più docenti dove i problemi sono maggiori, più tempo scuola dove la dispersione è più alta, più educatori dove il disagio sociale è più forte. Non si tratta di negare le difficoltà. Al contrario: significa prenderle sul serio.

È questa, in fondo, la grande intuizione contenuta nella frase di Bufalino: la mafia si combatte non solo con la repressione, ma anche costruendo una società più forte, prima ancora che la criminalità sia diventata potente.

E una società più forte nasce da cittadini capaci di comprendere, comunicare, partecipare. Nasce da bambini che imparano a stare insieme con chi è diverso da loro. Nasce da una scuola nella quale nessuno venga considerato straniero rispetto alla comunità educativa.

Per questo occorrerebbe un vero Piano nazionale “Esercito dei maestri”: organico aggiuntivo stabile nelle scuole con maggiore presenza di studenti non italofoni; corsi intensivi di italiano per i nuovi arrivati; tutor individuali; tempo pieno; attività sportive, artistiche e culturali gratuite; sostegno alle famiglie; équipe educative collegate ai servizi sociali. E soprattutto risorse pluriennali concentrate nelle aree dove dispersione scolastica e povertà educativa sono più elevate.

Non è utopia, ma volontà politica: basterebbe destinare alla scuola più risorse, invece che ad altri obiettivi, come il riarmo Non si tratta di costruire l’ennesimo progetto sperimentale destinato a esaurirsi dopo un anno, ma portare avanti una politica strutturale per potenziare l’istituzione scolastica.

E forse in questo modo riusciremo a costruire quell’esercito immaginato da Bufalino: non quello contro qualcuno, bensì quello composto dagli insegnanti, che militano per la conoscenza, per il rispetto della legalità e la convivenza civile. Alberto Iannuzzi, già presidente di Corte d’appello Potenza