Tutti al mare, tra depistaggi e sversamenti
Le indagini rivelano un altro aspetto inquietante della storia dell’Itrec. Un sistema messo in atto da enti statali per occultare lo smaltimento illecito di rifiuti per ottenere vantaggi economici
Continuiamo la nostra inchiesta sull’Itrec di Rotondella. Le indagini rivelano un altro aspetto inquietante della storia. Un sistema messo in atto da enti statali per occultare lo smaltimento illecito di rifiuti per ottenere vantaggi economici.
Vincoli, verifiche e inutili ispezioni
C’è un motivo, per la Procura, se soggetti deputati al controllo e alla gestione del sito Itrec (Sogin ed Enea), hanno agito nel tempo in un certo modo. “Sogin – si scrive – è sicura del fatto che nessuno controlla nulla, ovvero sono certi delle complicità in tutti gli apparati della Pubblica Amministrazione che devono occultare questo smaltimento illecito di enormi quantità di rifiuti radioattivi”. Una metodologia che per l’Autorità Giudiziaria (A.G.) è strutturale, e va avanti “da oltre un cinquantennio”, e quindi da ben prima che Sogin prendesse in mano la situazione, attraverso la redazione di report fittizi sulla frequenza e sulla reale temporizzazione degli scarichi, disaccoppiando la contabilità formale trasmessa all’Arpab dalla realtà fisica delle operazioni di scarico. Certa documentazione dimostra, per l’A.G., che “lo scarico di rifiuti liquidi è esercitato indipendentemente dalla corrispondenza dei documenti e delle dichiarazioni rese alle Autorità” falsificando documenti ufficiali allo scopo di “smaltire abusivamente ingenti quantitativi di rifiuti radioattivi”, eludendo vincoli e verifiche della formula di scarico, e neutralizzando persino ispezioni internazionali, come la verifica della Commissione Europea del dicembre 2015, che non fu avvisata delle anomalie radiometriche di Cesio-137 rilevate nella sabbia vicino alla boa di segnalazione.
Strategia di distrazione e perfezione apparente
L’A.G. parla di vero e proprio “depistaggio” come strategia di distrazione di massa. “Quella del depistaggio – si legge – è stata in definitiva una strategia congegnata da coloro che dovevano coprire o allontanare le attenzioni sull’impianto e sulle modalità con le quali Aziende Pubbliche si disfano di tali rifiuti liquidi radioattivi a scapito degli interessi costituzionalmente tutelati”. Primo tra tutti la salute.
Così mentre l’attenzione pubblica e le indagini venivano orientate verso scenari complessi ed esterni, si continuava a smaltire indisturbati rifiuti radioattivi. Come? Tramite un pozzetto e tre vasche di accumulo da 600 metri cubi (1.800.000 litri) collegate alla condotta sottomarina. Una pratica portata avanti “in 40 anni di esercizio dell’impianto così congegnato”. La diluizione si basava sulla manipolazione matematica dei volumi e delle concentrazioni. Un litro di rifiuto liquido ad altissima radioattività proveniente dalle celle calde, o dai serbatoi Waste affrontati nella prima parte di questa inchiesta, veniva immesso in un pozzetto dove confluiva una quantità indefinita e non contabilizzata di acqua prelevata dalla falda “ironicamente contaminata“, scrive la Procura, da cromo esavalente (CrVI) e tricloroetilene (trielina), come raccontato nella seconda parte . La miscela veniva poi pompata nelle tre vasche, dove appositi agitatori diluivano quel litro altamente radioattivo, e per magia la concentrazione radiometrica scendeva sotto i limiti della formula di scarico. Di conseguenza, qualsiasi ispettore o centralina di monitoraggio posizionata allo scarico – scrivono – registrava un parametro apparentemente perfetto. Con questo metodo scrive l’A.G, “in un anno ipotizzando che si utilizzi l’impianto solo 40 volte, potranno disfarsi in maniera illegale di 40 litri di rifiuti altamente radioattivi immessi in mare”. Si parla di ben “16.000 litri di rifiuti altamente radioattivi” in 40 anni, senza usare navi a perdere, autocarri o seppellimenti.
Autorizzazioni e ingiusto profitto
Ad ogni modo nel marzo 2018, un mese prima del sequestro giudiziario, il Nucleo Operativo Ecologico dei Carabinieri, nella sua notizia di reato, riportava che Sogin aveva ottenuto il rilascio dell’autorizzazione allo scarico dall’Ufficio Ambiente della Provincia di Matera pur sapendo che quelle acque erano contaminate da sostanze pericolose. Permettendo così “un ingiusto profitto” per aver “risparmiato i costi legati al trattamento” di circa 65.000 metri cubi di rifiuti da quando era stata accertata la contaminazione. Quantità stimata sulla base del fatto accertato che nel solo 2003 erano stati scaricati 21.450 metri cubi di chissà cosa, visto che le analisi che hanno portato al sequestro, oltre a CrVI e trielina, avevano mostrato anche Stronzio90, e la Procura è intervenuta nel 2018. Milioni di litri d’acqua finiti a mare e inquinati, se va bene, dalla sola trielina come riportato dal consulente della Procura. Sostanza questa, correlata a tumori a rene e fegato, linfoma non-Hodgin, morbo di Parkinson, danni al sistema nervoso centrale, a quello riproduttivo, e compromissione del sistema immunitario.
Gestire “a singhiozzo”
Dopo il sequestro giudiziario dell’aprile 2018 , e il blocco dello scarico a mare, sono stati obbligati ad attivare un impianto di Trattamento Acque di Falda, il TAF, il cui funzionamento assieme alle pompe di emungimento di quelle acque inquinate, produceva notevoli quantità di rifiuti e costi enormi per smaltirli. Si parla di 20 mila kg a settimana poi scesi probabilmente per abbattere i costi. Il tutto per eliminare CrVI e trielina.
E le sostanze radioattive? Quelle restano, come rifiuto radioattivo, perché il TAF non è in grado di abbatterle, lo scrive l’ISIN, l’ente nazionale per la sicurezza nucleare, ma rientranti nella formula di scarico a mare. Tutto a posto dunque. E come sono state gestite le acque di falda? I responsabili Enea riporta la Procura, avrebbero messo in atto una gestione fraudolenta della barriera idraulica. Ancora quattro anni dopo il sequestro infatti, nel 2022, la Procura documenta responsabili dell’impianto che ordinavano di spegnere sistematicamente le pompe di emungimento delle acque di falda durante le ore notturne, nei fine settimana, nei giorni festivi, lasciando l’impianto inattivo anche per oltre 60 ore consecutive con danni allo stesso impianto. TAF e pompe erano riattivati solo in concomitanza dei controlli, che così risultavano fittiziamente conformi.
Poi venivano disattivati. Accendendo le pompe “a singhiozzo” per risparmiare i costi di smaltimento rifiuti, la falda ha ripreso a salire liberamente, e la massa d’acqua inquinata carica di CrVI, trielina, e altre sostanze riscontrate (arsenico e ferro), è andata oltre i confini del sito, contaminando pozzi agricoli privati a valle, compromettendo l’ecosistema locale e la salute pubblica. Gli scarichi a mare sono invece ripresi in modo controllato dalla Procura. E si spera bene, visto che dalle indagini è emerso un sistema di smaltimento abusivo e continuo, mentre qualcuno pescava, qualcun altro coltivava, ed estate dopo estate famiglie, e ignari bambini, si divertivano al mare. (Dati e passaggi ripresi dagli atti giudiziari dell’inchiesta per disastro ambientale nell’Itrec di Rotondella sono stati messi a disposizione dall’associazione Cova Contro, parte civile nel processo in corso presso il Tribunale di Matera).
©Riproduzione riservata
Un messaggio per te che ci leggi
Come è noto, questo giornale ha scelto di non ricevere contributi pubblici e di limitare al minimo la pubblicità. Ogni inchiesta, approfondimento e notizia che leggi qui esiste solo perché sostenuta direttamente da chi ci legge e dall’impegno dei nostri giornalisti. Senza filtri, senza conflitti d’interesse, senza notizie pilotate. Garantire un’informazione libera e rigorosa richiede risorse. Se credi che questo lavoro sia utile alla collettività e alla tua libertà di giudizio, sostienici con un contributo. Anche un piccolo gesto fa la differenza. Aiutaci a continuare, grazie. Causale: contributo volontario a sostegno del giornale Basilicata24.it – BASILICATA24 EDIZIONI- CODICE IBAN IT 39N0538704203000003269186.




