Ucraina e riarmo, Meloni e Schlein due facce della stessa medaglia
Difficile trovare una sintesi, nel campo largo, sulla questione ucraina e del riarmo. Difficile ancora di più mobilitarsi in una campagna elettorale dove i due principali partiti di governo e di opposizione concordano sulla stessa linea
Difficile trovare una sintesi, nel campo largo, sulla questione ucraina e del riarmo. Difficile ancora di più mobilitarsi in una campagna elettorale dove i due principali partiti di governo e di opposizione concordano su Ucraina e riarmo. Meloni si spinge a dire che non farà alleanze con chi non sosterrà l’Ucraina e il PD chiede l’utilizzo del SAFE per il riarmo: due facce della stessa medaglia.
Una seria discussione, Costituzione alla mano, andrebbe però fatta nel Campo largo e il punto di partenza non può che essere il diritto internazionale
La Carta delle Nazioni Unite vieta agli Stati la minaccia e l’uso della forza, salvo il diritto di legittima difesa in caso di attacco armato e gli interventi autorizzati dal Consiglio di sicurezza. Al di fuori di queste condizioni, la pretesa di imporre unilateralmente il diritto mediante la forza rischia di trasformarlo nella legge stabilita dalla potenza militarmente più forte. Le regole internazionali, tuttavia, non vivono soltanto di norme e tribunali. La loro efficacia dipende anche dalla credibilità di chi le invoca e dalla coerenza con cui vengono applicate.
È qui che l’Occidente ha progressivamente consumato una parte rilevante della propria autorità morale. I governi europei, divenuti parte attiva del conflitto russo-ucraino, hanno ridotto lo spazio nel quale avrebbero potuto esercitare una funzione autonoma di mediazione. Rimangono così legati all’esito militare della guerra e non possono credibilmente porsi come forza di mediazione e di interposizione essendo diventate parte in causa. Il rischio di un confronto diretto tra potenze nucleari dovrebbe imporre come priorità la costruzione di una soluzione politica.
La stessa perdita di credibilità emerge di fronte alla distruzione di Gaza, alle gravissime violazioni del diritto umanitario denunciate dagli organismi internazionali e alle accuse di genocidio portate davanti alla Corte internazionale di giustizia. Essa si è manifestata nuovamente nelle reazioni esitanti all’intervento militare statunitense contro l’Iran e alla cattura di Nicolás Maduro compiuta dalle forze statunitensi in territorio venezuelano, la cui legittimità internazionale è stata contestata da governi, giuristi e organismi internazionali.
Non si può rivendicare un ordinamento fondato sulle regole se la loro applicazione cambia secondo l’identità dell’aggressore o dell’aggredito
Particolarmente significativa fu, in questo contesto, l’affermazione del cancelliere tedesco Friedrich Merz secondo cui Israele stava svolgendo in Iran il «lavoro sporco» per conto dell’Occidente. Al di là delle successive precisazioni, quelle parole hanno mostrato quanto sia diventato difficile distinguere, nel discorso politico europeo, la difesa del diritto internazionale dalla logica degli schieramenti e dal conflitto tra religioni e civiltà. L’autorità morale necessaria per esercitare un autentico soft power sembra oggi sopravvivere solo nelle parole del Papa, proprio perché meno condizionate dall’appartenenza a uno degli schieramenti militari. Il soft power non sostituisce le istituzioni e le garanzie del diritto internazionale, ma consente di esercitare persuasione e mediazione senza ridurre ogni controversia a un rapporto di forza. Anche la rappresentazione del riarmo come semplice strumento di deterrenza merita una valutazione meno rituale.
La deterrenza può contribuire a prevenire un’aggressione, ma non può diventare un argomento autosufficiente in un mondo che già possiede arsenali nucleari capaci di provocare una distruzione totale del Pianeta e dei suoi inquilini. L’accumulazione continua di armamenti può inoltre produrre il risultato opposto: aumentare la percezione della minaccia, alimentare una corsa reciproca al riarmo e moltiplicare le occasioni di errore o di escalation.
Ancora meno convincente è l’idea di utilizzare la produzione militare come sostituto di attività industriali in crisi, a cominciare dall’automobile
La spesa per la difesa può generare domanda, occupazione, innovazione e ricadute tecnologiche, soprattutto quando alimenta una filiera produttiva nazionale. Il suo moltiplicatore dipende però dalla quota di importazioni, dalla capacità produttiva interna, dalle modalità di finanziamento e dalle attività civili che vengono sacrificate ma è sempre inferiore a 1. Significa maggior debito e disavanzo. Infatti una parte consistente dei beni prodotti non accresce direttamente la produttività del sistema economico; gli armamenti inutilizzati occupano magazzini, richiedono manutenzione e sono soggetti a una rapida obsolescenza tecnologica. Non è quindi possibile attribuire automaticamente alla spesa militare la stessa redditività economica e sociale degli investimenti in infrastrutture, energia, ricerca, sanità o istruzione.
Le guerre prima o poi terminano, lasciando dietro di sé vittime, distruzioni e fratture destinate a durare per generazioni
Sul piano economico e geopolitico modificano inoltre i rapporti di forza tra le potenze. La geografia del potere economico mondiale sta cambiando rapidamente: l’Occidente perde quote relative di produzione e popolazione e l’Europa arretra più velocemente degli Stati Uniti. Gli interessi statunitensi ed europei, peraltro, non coincidono. Politiche industriali, incentivi, prezzi dell’energia, sanzioni e controllo delle tecnologie possono trasferire verso gli Stati Uniti investimenti, imprese e capacità produttive europee. Più che di un’alleanza economica paritaria, rischia di trattarsi di una relazione nella quale Washington tutela la propria centralità scaricandone i costi sull’Europa.
Presunzione, PIL e sanzioni
Vi è molta presunzione nell’idea che questo assetto possa essere conservato indefinitamente facendo leva sul dollaro, sul controllo dei sistemi di pagamento e sulla capacità di escludere singoli Paesi dai circuiti finanziari internazionali. L’uso ripetuto di questi strumenti spinge gli Stati che ne temono l’applicazione a diversificare riserve, valute di regolamento, sistemi di pagamento e relazioni commerciali. La centralità finanziaria occidentale rimane enorme, ma proprio il suo impiego come strumento coercitivo incentiva la costruzione di alternative.
La quota di PIL mondiale dei BRICS è ormai intorno al 40% del PIL mondiale, che testimonia l’enorme capacità produttiva raggiunta. Una considerazione analoga riguarda le sanzioni contro la Russia. Esse hanno imposto costi economici, finanziari e tecnologici rilevanti, ma non hanno determinato il rapido collasso dell’economia russa previsto da numerosi commentatori.
Mosca ha riorientato una parte degli scambi, sviluppato forme di sostituzione delle importazioni e rafforzato i rapporti con Cina, India e altri Paesi. Parallelamente, l’Europa ha sostenuto costi energetici e industriali elevati. Le sanzioni non sono dunque necessariamente inefficaci, ma i loro risultati non possono essere valutati senza considerare le contromisure di chi le subisce, i costi per chi le impone e gli effetti di lungo periodo sulla geografia degli scambi.
Qualunque sia il loro esito militare, i conflitti in Ucraina e in Medio Oriente rischiano pertanto di lasciare un’Europa più debole, più indebitata, più dipendente e meno centrale. Rendono ancora più urgente la costruzione di un sistema economico europeo dotato di più punti di produzione, scambio, ricerca, approvvigionamento energetico e benessere. Redistribuire centralità non costituisce soltanto una politica di coesione interna: significa aumentare la resilienza dell’intero sistema, riducendo la dipendenza da pochi centri, poche rotte e pochi fornitori.
Non è dalle guerre che dipende il nostro futuro ma dalla nostra intelligenza nel maturare una visione e dalla nostra capacità di rimboccarci le maniche e se tutto questo è vero e condivisibile nell’orizzonte del Campo largo non può che esserci la diplomazia per il disarmo e la fine delle guerre e quindi no sia all’acquisto si armi e sia al loro invio in Ucraina.
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