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Maternità e lavoro: che cosa ci ha insegnato il coronavirus

Oltre il 50% delle lavoratrici del nostro Paese nel corso della propria carriera deve fare i conti con degli ostacoli che hanno a che fare con la maternità. Se in linea teorica questa fase della vita dovrebbe essere protetta, se non addirittura valorizzata, la realtà dei fatti mostra una situazione ben diversa. Infatti, più della metà delle donne italiane sarebbe disponibile a fare a meno di uno stipendio più elevato pur di beneficiare di condizioni migliori, a cui si può giungere oggi attraverso il potenziamento dello smart working e investendo sui congedi. Tutto questo diventa vero a maggior ragione in considerazione di quello che ci ha insegnato il coronavirus, che avrebbe dovuto rappresentare un’opportunità per incentivare le policy di conciliazione di famiglia e lavoro.

Il congedo di paternità

Uno degli strumenti su cui sarebbe opportuno puntare in modo più deciso è, senza alcun dubbio, l’allungamento del congedo di paternità. In questo modo le mamme potrebbero contare su un aiuto prezioso, e al tempo stesso i padri vedrebbero riconosciuto un diritto che troppo spesso non viene considerato abbastanza, quello della loro genitorialità. Non solo: se si seguisse questa strada, si aprirebbe il portone a un cambiamento di carattere culturale. Per esempio, fino ad ora solo alle donne ai colloqui di lavoro si chiede se hanno in programma di avere figli, dal momento che si considera ovvio che, pur beneficiando del congedo obbligatorio, quando avranno dei bambini diventeranno meno produttive. È chiaro, invece, che qualora la cura dei figli e il congedo prevedessero un coinvolgimento anche degli uomini, sui luoghi di lavoro la discriminazione di genere sarebbe molto meno forte.

I lati positivi del coronavirus

Se si vuole trovare un lato positivo della relazione tra coronavirus e lavoro, questo può essere individuato nel potenziamento di alcuni strumenti importanti come lo smart working. La quarantena ha avuto un impatto molto forte sulle mamme, che non hanno più potuto contare sul ruolo della scuola e hanno dovuto fare i conti con un doppio carico da sopportare. Tuttavia, si può ravvisare un cambiamento proprio da tale emergenza. Il via libera al lavoro agile è stato affiancato da un allungamento dei congedi parentali, ma meritano di essere messi in evidenza anche i sostegni economici che sono stati previsti per le baby sitter e per le famiglie. Così, tutti sono stati posti nelle condizioni di poter gestire la famiglia e il lavoro senza essere costretti a rinunciare alla genitorialità da un lato o alla carriera dall’altro lato.

Un’occasione da non lasciarsi scappare

La terribile pandemia con la quale dobbiamo fare i conti costituisce una preziosa opportunità per la conciliazione lavoro famiglia. 4 donne su 10 lavorano in modalità smart working da casa, mentre prima dell’emergenza sanitaria appena il 12% di loro aveva l’opportunità di lavorare da remoto. In base a quanto indicato dal dl Rilancio, fino al termine dell’emergenza viene sancito il diritto a usufruire dello smart working per tutti coloro che hanno figli di età inferiore ai 14 anni. Inoltre, sempre in relazione alla conciliazione lavoro famiglia, più o meno il 20% delle donne afferma di poter beneficiare di orari flessibili e di lavorare su turni, mentre il congedo retribuito riguarda il 18% di loro. Appena 4 su 100 dichiarano di ricevere un sostegno da parte del datore di lavoro sotto forma di sussidi per le spese sanitarie o di assegni familiari. Per quel che riguarda il congedo parentale, è prevista una novità normativa, con l’aggiunta di trenta giorni che i due genitori possono usare in maniera cumulativa per una retribuzione al 50%.

Le difficoltà delle donne

Appena 1 donna su 10 si ritiene contenta del modello di congedo parentale in vigore in questo momento nel nostro Paese, visto che il 91% desidererebbe l’applicazione di un modello differente. Nel 65% dei casi si ambisce al modello norvegese, in virtù del quale il padre ha diritto a 10 settimane di congedo retribuito, che diventano 42 per la madre. Inoltre, in Italia 4 donne su 5 auspicano politiche migliori a supporto della famiglia attuate direttamente dalle imprese: il desiderio è di un supporto migliore per chi è appena diventato genitore e di un congedo di paternità più lungo. Gli uomini si dimostrano d’accordo: 3 su 4 sono favorevoli a un allungamento del congedo di paternità, che per il momento è di appena una settimana.

Gli ostacoli lungo la carriera

Quasi 1 donna su 5 afferma di avere subito delle conseguenze negative, dal punto di vista professionale, dopo aver avuto un figlio; addirittura nel 6% dei casi la gravidanza è stata causa di un licenziamento. La maternità ha determinato ostacoli per la vita professionale del 56% delle donne, tra cui quasi 1 su 3 ha deciso di rinviare una eventuale maternità in considerazione delle impressioni o della policy adottata dal datore di lavoro. Nel 16% dei casi si è scelto di non avere un figlio per non correre il rischio di perdere il lavoro. Tutti questi dati sono il frutto di una ricerca che è stata condotta su un campione di donne di età compresa tra i 25 e i 45 anni da Viking Italia.

La cultura della maternità

Il sostegno alla conciliazione, per altro, non deve essere un’utopia a cui anelare per un futuro chissà quanto lontano, ma è un diritto che la Costituzione già stabilisce. Le donne sono quasi portate a domandare scusa per il disturbo, e sono perfino propense a ricevere uno stipendio più basso per beneficiare di migliori condizioni. È come se la maternità fosse soprattutto una questione di soldi, la ricerca di un equilibrio tra fatiche e costi. Le donne vorrebbero avere almeno due figli, eppure il tasso di natalità è di 1.3: segno che c’è qualcosa che non va. Un Paese come l’Italia sembra non apprezzare le mamme, e ha dei problemi ad accettare le mamme che ambiscono ad avere una carriera.