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Nostalgia e ritorno impossibile: Riflessioni disordinate sul nuovo lavoro di Vito Teti

Ma cosa è cambiato, tra il momento della partenza e quello del ritorno? Ulisse, Itaca o gli occhi di Penelope? O tutto? O i destini biforcati delle persone prima unite, ormai incongruenti e distinti? Cosa sarebbe, poi, il ritorno, senza il ruolo di chi resta?

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Non è mai possibile, un vero ritorno. Non nella memoria, solco impresso nel petto e foto sgualcita, al contempo. Non certo nelle parole, che sono un matrimonio di suoni e segni, sempre diversi, nel fiato e nell’inchiostro, mutevoli note che emergono dal crogiolo di una cassa toracica. Ciò si verifica perché il tempo ha una direzione privilegiata, lungo la quale si dipanano fenomeni irreversibili, asimmetrici: esistono un “prima” e un “dopo”. Non per convenzione, ma dentro le cose. Come scrisse Prigogine: “Non possiamo più negare la realtà dell’entropia, e quindi di una direzione del tempo in natura”.

Non è possibile, il ritorno, neanche nel cuore di Penelope, che disconosce l’amato tanto atteso, scoprendo la malvagità di Ulisse, ormai malato d’esilio, con soffi di zolfo nelle narici. “Il fuso cade dalle dita della sposa mani-d’oro, / le ginocchia in segreto tremano, ma si morde le labbra / per reprimere il pianto nella gola di neve amara”.  Così Penelope, nei versi dell’Odissea di Nikos Kazantzakis.

Ma cosa è cambiato, tra il momento della partenza e quello del ritorno? Ulisse, Itaca o gli occhi di Penelope? O tutto? O i destini biforcati delle persone prima unite, ormai incongruenti e distinti? Cosa sarebbe, poi, il ritorno, senza il ruolo di chi resta? Spiega Vito Teti, in “Nostalgia” (Ed. Marietti 1820, anno 2020), che non ci sarebbe l’eroe moderno, senza la permanenza di chi resta ad abitare i luoghi, attraverso una faticosa, aspra conta delle macerie: l’inventario dei cocci sparsi delle assenze. Il termine dotto “nostalgia” risale al XVII secolo, per indicare una forma di malinconia, generata dal vivo desiderio di vedere i propri cari. Per poi diventare uno stato d’animo, nel corso dell’Ottocento. La percezione della perdita di un tempo, più che di un luogo.

Non è possibile il ritorno, perché tutto è cambiato, mentre si è srotolato – inesorabile – il nastro del tempo, sui lastrici cotti dalla luce del Sole, nel lungo dominio del tempo. La luce, nel fluire del tempo, brucia come fuoco e trasforma la materia: ignis mutat res. Disgrega e smantella persino la solidità avventata dei musei interiori, in cui proviamo a custodire intatti i luoghi e i volti che ci lasciamo alle spalle. Dal canto suo, la nostalgia brucia, senza riuscire a fronteggiare la disgregazione dell’edificio della memoria. Che necessita di una sopravvivenza fatta di provvidenze di mutua narrazione tra persone.

Ognuno è consapevolmente partecipe dell’intimità del cosmo, all’antro scuro che abitiamo, si rivolge e si espande, in continuo. Una specie di immensa sacca gastrica, pancia fluida e molle, nella quale il nostro ideale sforzo di “fare ritorno” è destinato a risultare un tentativo di scalare un cielo senz’ali. Che fallisce nei fulgori di mille tramonti policromi, gravidi di nostalgia, perché sempre irripetibili. E questo ci fa sentire alieni persino a noi stessi.

Forse solo gli artisti riescono a fissare, entro i confini netti di un’appropriazione istantanea di verità, un sentimento come la nostalgia, in una luce che si accende di attesa e rimpianto. Il gesto artistico, il verso perfetto, lo scalpello ben ispirato, chiudono il cerchio della comprensione piena, nel punto di fuga di un baluginio che sfugge al calcolo delle probabilità, di fronte alla complessità incompresa che chiamiamo caos. Dentro la percezione fugace di un bagliore, sfuggito allo scrigno delle cose non comprese, c’è il meraviglioso ricongiungimento del tutto, una specie di estasi fugace, l’equilibrio su un baricentro istantaneo.

Con la consapevolezza del tempo trascorso, crescono anche le rughe dei volti e dei luoghi, come le fratture rapide e tentacolari in un vetro, ramificate dall’attesa, il rimpianto dei trapassati, i fiori sui sepolcri, il giallo sulle foto.

Il ritorno è impossibile perché persino la luce di Itaca è inevitabilmente diversa da quella di quattro lustri prima, come da quella di poche ore prima. A ben pensarci, la luce ci parla sempre di ciò che fu. La luce che ora illumina questo foglio, al mattino, è partita dal Sole circa otto minuti prima. La luce di una stella che brilla nel cielo notturno potrebbe appartenere a un astro spentosi da lungo tempo. Su scala più locale, ogni luogo ha una luce propria, con una sua ben definita e mutevole identità spettrale.

Il ritorno è impossibile perché non solo il tempo ha compiuto il suo lavoro sul vecchio Argo, sul cuore di Penelope, sulla facciata bianca delle case, sulla porta di legno che ora cigola sulle cerniere, con un rumore nuovo, fastidiosamente alieno. E la baia dove Ulisse si bagnava al mattino, era forse così? Non gli pare. E quel figlio cresciuto senza di lui, Telemaco?

Rievocando la storia di Vincenzo, suo amico d’infanzia, Vito Teti scrive: “guardava fisso e muto la sua casa. Gli sembrava piccola, minuta, diversa da quella che aveva lasciato e che ricordava. Eppure tutto, all’esterno, era rimasto lo stesso. La casa lasciata vuota appariva un po’ in disfacimento”.

“Nostalgia” aiuta a comprendere che dopo il gomito di questa percepita e inevitabile mutazione, qualunque sia stata la propria scelta di vita, si debba accettare la necessità di una sintesi tra le due scelte: andare e restare. E, al contempo, dell’inutilità della retorica o, persino, dei reciproci risentimenti. Avverte Teti: “Non esiste spaesamento, sradicamento più radicale di chi vive esiliato in patria e combatte una lotta quotidiana, fatta di piccoli gesti per salvaguardare e proteggere i luoghi che potrebbero essergli sottratti non da chi arriva da fuori, ma da chi vi abita dentro come un’anima morta”. Non esistono cicli perfetti che non lascino fallire il tentativo del “ripristino” di ciò che era, inciampando nei lacci delle leggi del nostro universo, anche interiore.

D’altronde, non sempre la scelta di restare è quella più semplice. In molti casi, è scelta subita, soprattutto per chi non sia legato da sodalizi profondi con il Gattopardo. È dura restare, per chi si addossa il carico della cura e dell’attenzione: dei luoghi, della famiglia, del paese. Non si può mai dire, se non rischiando la banalizzazione, se questo sforzo, protratto negli anni, sia logorante quanto lo strappo doloroso della partenza di chi – legittimamente – cerchi nuove opportunità; che, chi resti, non spera neanche fortunosamente di trovare. Sarebbe sbagliato persino tentare di operare un confronto. Anzi, proprio per evitare la conflittualità di differenti attribuzioni di merito e valore, Vito Teti invita a una proficua sintesi delle esperienze. “Rimasti” e “partiti” necessitano – piuttosto – gli uni degli altri; lo strascico interiore dei percorsi complica persino la lettura dei destini e delle scelte operate: “non si resta del tutto, non si parte quasi mai del tutto”. Il destino del “ritorno impossibile” accomuna tutti.

In Nostalgia, di Vito Teti, il viaggio è declinato, con un chiaro excursus storico, sia come terapia sia come aggravamento dell’attitudine alla malinconia e alla nostalgia. Non è facilmente risolvibile, il nodo del dualismo tra sedentarietà e partenza dai luoghi. Un discrimine, se esiste, è nella percezione dell’obbligo che induce a partire. Teti cita Starobinski, in proposito: “Una cosa è partire volontariamente, dopo aver liberamente scelto l’itinerario e la durata dell’assenza, un’altra allontanarsi spinti dalla necessità per condurre una vita alle dipendenze d’altri e monotona”. D’altronde, il Wanderer romantico resta un’anima insoddisfatta, al perenne inseguimento di una patria perduta, dentro e fuori di sé. Forse la malinconia cresce nella percezione della vanità della ricerca. Il nostalgico, spiega Teti, abbraccia con un’anima sola mondi diversi, spesso dotati idealmente di incanti artefatti, mai realmente posseduti.

Il riscatto del passato e dei luoghi, tema caro all’antropologo calabrese, deve avvenire alla luce di un impegno onesto, non celebrativo, che rispetti le lacrime e gli sforzi di chi è rimasto e quelle di chi arriva, senza correre il rischio di scivolare in nuove retoriche, gravide di rischi e foriere di nuovi disastri e sfregi sul territorio. È molto viva, in Vito Teti, l’attenzione nei riguardi dei paesi sempre più spopolati, così come è alta la guardia verso la speculazione, l’affarismo, la mercificazione, sempre in agguato, attraverso le infaticabili lusinghe del “progresso scorsoio”, di cui parlava il poeta Andrea Zanzotto.

Le fotografie sono di Vito Teti e risalgono a un viaggio dell’autore in Salento (2017)

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