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Fumo negli occhi

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Andando a spasso per la cronaca lucana ci si imbatte in segnali discrepanti, ma suggestivi.


Al pressing politico che caldeggia le attività estrattive del petrolio in Basilicata si abbina quasi sempre un richiamo surreale all’imprecisabile e prossima “era dell’innovazione” che verrebbe indotta dalla contaminazione selvaggia del territorio.


Mentre l’Eni ciuccia petrolio e rigurgita veleno nelle viscere lucane, si leva il coro degli incentivi alla bioagricoltura, si plaude alle filiere-corte, al chilometro-zero, all’acqua buona del rubinetto. Tra una scoria e l’altra, ci capita di raccogliere in terra i cocci (e in corpo le contaminazioni) di un ecomostro chiamato Fenice, del quale, squinternate profezie ambientalistiche da tempo annunciavano l’infausto scotto da pagare.


Per quanto banale, è appena il caso di ricordare che l’acqua la beviamo tutti, il cibo lo divoriamo tutti e  i lucani in larga misura, a giudicare dalle statistiche sull’obesità.


Anche l’aria pare sia inalata non soltanto da fanatici polmoni ambientalisti. Ricordiamo pure che Fenice non è il solo Alien  insediatosi in Basilicata a contaminarne la blaterata vocazione agricola. Il Centro Oli di Viggiano per esempio, dall’alto del suo grottesco eufemismo infesta la Val d’Agri e non solo. I suoi indotti sventrano boschi immettendo veleni dentro falde, aria, coltivazioni: cibo che portiamo in tavola, ma di questo, avremo occasione di parlare in seguito, lungo il nostro viaggio nei distretti dell’ “indicibile”.


Il Ministro


Il caso Fenice scoppia in tutta la sua enfasi a seguito della bruschinata mediatica del Ministro dell’Ambiente.


Secondo il Ministro Prestigiacomo “il ritardo con cui la Regione non ha disposto la Autorizzazione Integrata Ambientale ed i relativi interventi per rendere lo stabilimento pienamente compatibile dal punto di vista ambientale è certamente grave. Infatti non definendo l’AIA nei tempi previsti dalla legge non solo è stata violata una norma, ma sono state di fatto ritardate quelle bonifiche che appaiono urgenti. La priorità dev’essere sempre la salute dei cittadini e la salubrità del territorio. Per questo si deve approvare ed attuare rapidamente e con tutte le prescrizioni necessarie il piano di bonifica che l’azienda si accinge a presentare“. Il Ministro dispone l’ispezione dell’Istituto Superiore per la Ricerca Ambientale (ISPRA) e interpella l’Istituto Superiore di Sanità per verificare la situazione e garantire che i fattori di inquinamento vengano rapidamente eliminati e che lo stabilimento “non sia elemento di pericolo o di preoccupazione per gli abitanti della zona e per il territorio“. (http://www.greencity.it/news/4396/prestigiacomo-fenice-da-bonificare-in-fretta-e-bene-.html)


Le figuracce


Sarà il caso di aumentare le figuracce in termini di visibilità mediatica per innescare, al di là delle mobilitazioni di facciata, una sferzata di concretezza?


Ciò indurrebbe il Ministro ad esplicitare la propria posizione e disporre le opportune verifiche anche in merito alla compatibilità ambientale di pozzi petroliferi in un territorio ad intensa vocazione agricola come la Basilicata?


La salubrità dell’ambiente è cosa che riguarda tutti, essendone tutti circoscritti eppure, nella disamina oggettiva degli eventi, diventa dettaglio secondario. Attore principale da mandare in scena è lo scandalo giudiziario, accompagnato da un bello spruzzo di garantismo giustizialista.


I fumogeni sono pronti: si alza il polverone mediatico e si provvede a depistare l’attenzione dal nocciolo della faccenda,  più serio ed elementare, che implica lo scegliere da che parte stare. Stare dalla parte dei cittadini comporta scelte inequivocabili. Scegliere impone rinunce. Acqua, agricoltura, arte, turismo sostenibile, petrolio: di questi elementi solo quattro risultano tra loro compatibili e in grado di incentivarsi reciprocamente. Il quinto di fatto compromette e alla lunga annienta gli altri fattori, a scapito di mirabolanti progetti di progresso e benessere.


Il retrogusto amaro


Scegliendo di rannicchiarsi sotto l’ascella fetida di società petrolifere trovandone l’olezzo carismatico a prescindere, sarà di buon gusto non intessere la nostalgica trama della Basilicata “terra promessa del bio”, delle “chiare-fresche-e-dolci-acque”, “della memoria, del turismo sostenibile, d’incentivi all’agricoltura”. Servirsi degli incantevoli Sassi di Matera per scagliarli negli occhi dell’intelletto lucano non edifica granché davanti all’Unione Europea. Nell’attesa che Matera diventi capitale europea della cultura, sarebbe opportuno allacciarla alla rete ferroviaria. Durante l’attesa, Sir Coppola ci deluciderà senz’altro in merito alla valenza strategica di un’avio-superficie in Basilicata ai fini di più plausibili ambizioni d’innovazione, formazione, occupazione e libero mercato e, presumibilmente, ci mostrerà come se ne privatizza il business.


( http://www.ansa.it/web/notizie/regioni/basilicata/2011/10/14/visualizza_new.html_672332569.html)


Fenice oggi, ha il retrogusto amaro della cronaca di una morte annunciata ieri. Quanto attendere per la cronaca del prossimo annunciato disastro ambientale?


Un  po’ di giustizia forfettaria di qua, qualche spolverata di fumo mediatico di là: tecniche collaudate per accordare al cittadino la brioche della punizione mediatica.


Peccato non si afferri che ad interessarlo sia l’onestà intellettuale che a quanto pare, non si panifica più.


 

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