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Il petrolio che non serve: il grande bluff

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    Qualche anno fa i media  avevano paragonato la Val d’Agri al Texas perché in questo splendido territorio per lo più protetto (Parco Nazionale dell’Appennino Lucano Val d’Agri Lagonegrese) alcune compagnie con in prima fila l’Eni, hanno scoperto e coltivato giacimenti di petrolio che coprono il 6% del fabbisogno nazionale, provocando inquinamento dell’acqua, della terra e dell’aria


    Inquinamento che ha compromesso l’integrità dell’ambiente mettendo in difficoltà attività come l’agricoltura e il turismo. Apre così l’ultimo rapporto del WWF sulle estrazioni petrolifere in Italia. Poco più di 20 pagine intense di dati e di spiegazioni. La domanda principale a cui risponde il Rapporto è: perché estrarre petrolio anche quando non è conveniente conviene? E a chi? Andiamo a vedere.


    I costi del conflitto, il mare e la terra


    Il conflitto tra petrolio e ambiente è ineliminabile, dato il rischio permanente e persistente per gli ecosistemi marini e terrestri che l’estrazione dell’orno nero comporta. Tanto che, a proposito di conflitti, molte vertenze sono aperte dalla Sicilia alla Puglia, che coinvolgono non più soli cittadini “impauriti dagli allarmisti”, ma anche gli operatori turistici e i pescatori professionali. E sembra abbiamo ragione. Intanto “è bene ricordare – scrive WWF- che in Italia c’è poco petrolio e quello che si estrae è di scarsa qualità…” A proposito del latente, possibile conflitto tra settori economici che contribuiscono alla ricchezza del Paese “c’è da ricordare, ad esempio, che il settore turistico in Italia nel 2011 ha contribuito all’8% del Pil ed è al primo posto in Europa e al 27essimo posto nel mercato turistico internazionale complessivo”. Si pensi anche all’agroalimentare, alla pesca che sono settori strategici nell’economia del Paese, intimamente legati, spesso, al turismo. Dunque l’estrazione petrolifera comporta forti conflitti, ma anche, come vedremo moltissimi rischi per la salute. Quasi mai in Italia il prezzo vale la candela. Nella bilancia tra costi (economici, sociali, sanitari) e ricavi ci rimettono tutti, tranne qualcuno.


    Quali motivi spingono le compagnie petrolifere a venire in Italia ed in particolare in Basilicata?


    Eppure i margini di profitto non sono sicuri e si rischiano conflitti, come abbiamo visto, con altri soggetti economici, gli abitanti e le autorità locali.  Il rapporto del WWF parla chiaro: “La cosa si spiega solo se consideriamo che l’Italia è una sorta di Far West, in cui vige un regime fiscale smaccatamente favorevole alle aziende che operano nell’estrazione di idrocarburi liquidi e gassosi”. Come rileva l’associazione ambientalista, su 136 concessioni per la “coltivazione” in terra di idrocarburi liquidi e gassosi attive in Italia nel 2010, solo in 21 casi sono state pagate le royalties (imposte sullo sfruttamento del territorio) alle amministrazioni pubbliche e, su 70 coltivazioni in mare, solo in 28 casi sono state pagate. Nel 2010, in definitiva, delle imprese petrolifere che operano in Italia solo 5 hanno pagato le royalties (ENI, Shell, Edison, Gas Plus Italiana ed ENI/Mediterranea idrocarburi).  “Grazie a questo amplissimo sistema di esenzioni, di aliquote sul prodotto e di canoni di concessione bassissimi ed una serie di agevolazioni e incentivi, la nostra Penisola e le sue acque sono oggetto di una ricerca sovradimensionata di oro nero o di gas”, denuncia il WWF. Solo nel 2011 sono state 82 le richieste e i permessi per la ricerca di gas e petrolio in mare (74 dei quali nelle regioni del Centro-Sud e 39 nella sola Sicilia) registrati dal Ministero dello Sviluppo Economico. Le istanze di ricerca e i permessi di ricerca in terra presentati nello stesso anno sono stati invece 204 (89 al Nord, 61 al Sud, e 54 nel Centro Italia).


     


    Il fisco amico dei petrolieri


    Per far capire quanto le agevolazioni fiscali siano “attrattive” per le società petrolifere, il Wwf fa qualche esempio: le prime 20 mila tonnellate di petrolio prodotte annualmente in terraferma e le prima 50 mila tonnellate di petrolio prodotte in mare, così come quantità corrispondenti di gas estratte da terra e dal sottosuolo marino nel Bel Paese, sono esenti dalle tasse. L’aliquota sull’estrazione di quantità eccedenti le soglie esentasse oscilla tra il 7% e il 4%, a seconda che si tratti di idrocarburi gassosi o liquidi estratti in mare, mentre in terraferma sale al 10% sia per il gas che per il petrolio. Se pensiamo che la media delle aliquote applicate da altri Stati oscilla tra il 20 e l’80% del valore del prodotto estratto, è chiaro che l’Italia rappresenta il Paese del Bengodi per i magnati dell’oro nero. Dal 2011 la produzione annuale di gas esentata dal pagamento dell’aliquota per ciascuna concessione di coltivazione è stabilita in 25 milioni di metri cubi standard di gas per le produzioni in terraferma e in 80 milioni di metri cubi per quelle in mare. Sono esenti, inoltre le prime 20mila tonnellate di olio prodotti in terraferma e le prime 50mila tonnellate di olio prodotte in mare (equivalente di 325 mila barili di petrolio). Nessuna aliquota è dovuta per le produzioni effettuate in regime di permesso di ricerca.


    Per i petrolieri la struttura delle royalties in Italia è tra le più favorevoli al mondo


    In un dossier elaborato dalla Cygam Energy (che attraverso la Vega Oil opera in Italia con permessi di ricerca anche in Basilicata) emerge chiaramente che “ la struttura delle royalties  in Italia è una delle migliori al mondo”. Nel dossier della Cygam, datato maggio 2010, sono evidenti i motivi per cui estrarre in Italia conviene: “ Per i permessi offshore la royalties statale sulla produzione di petrolio è solo del 4% (…) Non devono essere pagate royalties  sui primi 300 mila barili di petrolio prodotto ogni anno per ogni giacimento (…) Inoltre la tassazione sulle società in Italia è al massimo al 33% e non ci sono restrizioni al rimpatrio dei profitti.


    Contributi, sgravi fiscali, incentivi e fondi Cipe


    Le attività di rilevamento geofisico condotte per la prospezione dei concessionari (di permessi o concessioni) sia ai fini della ricerca tecnologica applicata che ai fini della ricerca e della coltivazione di idrocarburi, sono incentivate potendo godere di un contributo da parte dello Stato in misura non superiore al 40% dei costi sostenuti. E’, inoltre, incentivata la coltivazione di giacimenti marginali attraverso il riconoscimento di uno sgravio fiscale in sede di ammortamento degli investimenti, in misura tale da rendere economico l’investimento stesso. Il gasolio utilizzato nei cantieri per l’esecuzione delle perforazioni per la ricerca e la produzione di idrocarburi, ossia per l’autoproduzione di energia elettrica può essere acquistato ad un prezzo agevolato (lo prevede il Testo unico sulle accise). Per quanto riguarda gli aspetti più propriamente fiscali non esiste una specifica tassa sugli introiti derivanti dalla vendita degli idrocarburi. Il Cipe ha distribuito alle compagnie petrolifere, con il primo programma per le infrastrutture strategiche, quasi un 1 miliardo di euro, per progetti di coltivazione di giacimento di idrocarburi (230 milioni di euro per il giacimento di Tempa Rossa a Corleto Perticara). Nel 2008 gli italiani hanno speso quasi 4 miliardi di euro in  sussidi alle fonti fossili.


    La produzione nel 2010 e i buoni affari sulle royalties


    In Italia nel 2010 sono stati estratti, in terra e in mare, 8 miliardi di metri cubi di gas e 5 milioni di tonnellate di petrolio, a fronte di un consumo nazionale medio annuo di 93 milioni di tonnellate di petrolio greggio e di 63,8 miliardi di metri cubi di metano. Una produzione che, se non è molto rilevante a livello nazionale, è del tutto marginale su scala mondiale, visto che l’Italia è solo il 49esimo produttore a livello globale con lo 0,1% del totale. Insomma tanti sforzi, danni, conflitti,  per niente. O meglio per fare ingrassare  i petrolieri. Il WWF ha stimato che per ogni coltivazione di petrolio, negli ultimi 7 anni, ciascuna azienda ha avuto un risparmio  in media, di circa 16 milioni di euro l’anno. Tutte le royalties versate ai Comuni ammontano a circa 13 milioni di euro. (vedi tabella) E’ evidente il grande affare. Ma non è finita. Sulle produzioni  sottoposte a royalties ci sono altre agevolazioni.  Si tratta della riduzione del valore unitario delle aliquote di prodotto della coltivazione di idrocarburi che sono di quasi 19 euro per tonnellata di olio prodotto in terraferma e di circa 38 euro per tonnellata prodotta in mare. La festa continua.


    Chi paga le royalties in Basilicata


    E’ naturale – sottolinea il WWF –  che società da tutto il mondo siano attratte da questo genere di politica. La legislazione italiana è molto accondiscendente con le produzioni marginali, come se le attività estrattive fossero a costo zero per la collettività e le generazioni future. Quello che emerge, infatti, dal rapporto WWF è che con il sistema delle esenzioni si favoriscono proprio i progetti marginali che sono la maggioranza delle concessioni. La questione è resa evidente anche dal fatto che, come abbiamo visto, sono poche le concessioni sui cui si pagano le royalties. In Basilicata le istanze di permessi di ricerca in terra sono 27 e sono 24 (di cui 2 gas) i progetti in coltivazione. Tra questi ultimi soltanto 6 pagano le royalties, mentre 9 producono mediamente una quantità che negli ultimi anni non ha mai superato il limite delle 20 mila tonnellate. Gli altri 8 progetti di coltivazione sono fermi. E’ evidente il danno prodotto agli altri settori economici e ai cittadini a fronte di costi quasi zero per le compagnie petrolifere. Le produzioni marginali, almeno quelle, non andrebbero autorizzate.


    La corsa non si ferma


    E’ anche evidente che con tutti questi vantaggi garantiti dalla legislazione nazionale, la corsa all’oro nero non si ferma: se pensiamo che al 2011 sono 82 le istanze di permesso di ricerca e i permessi di ricerca di idrocarburi liquidi o gassosi in mare (74 dei quali nelle regioni del Centro-Sud, 39 nella sola Sicilia) presentati al Ministero dello Sviluppo economico. Sono invece 204 le istanze di ricerca e i permessi di ricerca in terra (89 al Nord pari al 44%, 61 al Sud, pari al 30% e 54 nel Centro Italia, pari al 26%; tra cui spiccano nelle diverse aree geografiche: le 52 tra istanze e permessi presentati in Emilia Romagna che vanta il primato del Nord, i 22 in Abruzzo, prima nel Centro, e i 27 nella già colonizzata Basilicata, che ha il primato del Mezzogiorno, seguita dalla Sicilia, con 16)


    La compensazione fasulla


    L’esperienza italiana dimostra come la quota delle royalties spettanti per legge alle Regioni, difficilmente riesce ad avere un reale valore di compensazione rispetto ai danni economici e ambientali che le attività estrattive comportano: E’ il caso della Val d’Agri.  In Basilicata (prima nella classifica delle regioni italiane che estraggono idrocarburi) gli investimenti finanziari con le risorse generate dalle royalties non hanno determinato finora la nascita di nuove imprese, né hanno avuto significative ricadute occupazionali connesse anche all’indotto, come si sperava. Al contrario sono sostanzialmente immutati i gravi problemi economici e sociale della zona. Inoltre sono mancati gli investimenti nel campo della tutela e della conservazione della biodiversità, “pure necessari in un’area – scrive il WWF- in cui l’impatto delle estrazioni petrolifere ha cambiato innegabilmente le qualità ambientali dei luoghi, che costituiscono il valore primario del territorio.”
     


    Basili(bu)cata


    In Basilicata, che contribuisce per il 6% al fabbisogno nazionale di petrolio, il 60% del territorio è interessato da attività di ricerca e di coltivazione degli idrocarburi. Il parco nazionale dell’Appennino lucano, Val D’Agri e Lagongerse è assediato dalle attività di perforazione con gravi conseguenze di inquinamento delle acque e del suolo e rischi per la salute della popolazione. Oggi il giacimento dell’Eni della Val d’Agri, il più grande d’Europa su terraferma, porta all’Italia oltre l’80% della produzione nazionale di greggio. Oggi vengono estratti circa 80mila barili al giorno, ai quali se ne potranno aggiungere fino a 100mila. Il potenziamento del giacimento dell’Eni in Val d’Agri porterà a una produzione fino a 125 mila barili al giorno e con l’avvio dal 2015 della Total a Tempa Rossa, ne arriveranno altri 50mila. Cioè 175mila in totale.


    Lucani prigionieri


    I lucani hanno sotto i piedi il giacimento petrolifero terrestre più grande d’Europa: riserve accertate per circa 450 milioni di barili, un valore stimato in quasi 50 miliardi di dollari nascosti nel sottosuolo della Val d’Agri. Ma da qualche altra parte, oltre la Valle, assicurano i cercatori di oro nero, ce n’è ancora. Ormai si grida da anni, da più parti, che il prezzo non vale la candela. Non tutti sono d’accordo. Alcuni sono convinti che il prezzo, che necessariamente bisogna pagare, può valere la candela. Però, come abbiamo già scritto su queste colonne, c’è un problema, anzi due. Uno riguarda la capacità di spesa delle royalties, l’altro riguarda i danni ambientali, economici e i costi sociali, in breve la compensazione. Dal 2000 al 25 gennaio 2012 la Basilicata ha maturato quasi 677 milioni di euro di royalties sul petrolio, una media di 56 milioni all’anno. Un bel tesoretto ancora non tutto impiegato. Sono le compagnie petrolifere a pagare alla Regione e ai Comuni le royalties (7% degli incassi derivanti dalla vendita dell’oro nero). L’Eni, che estrae greggio dalla val D’Agri dal 1998, ha il 45% delle concessioni di Volturnino (il restante 55% è della Shell) e il 71% di Grumento Nova (29% è Shell). Total, Shell e Exon Mobil operano invece nei pozzi di Tempa Rossa, a Corleto Perticara, dove si stima ci siano altri 420 milioni di barili. Tra occupati diretti e contrattisti la cifra è davvero scarsa, circa 430 persone tra l’area estrattiva della Val d’Agri e quella di Pisticci. Sforzi enormi, scarsi risultati. Le risorse sono quasi tutte impegnate (70% circa) nel programma operativo Val d’Agri, ma nulla sembra muoversi in termini di sviluppo, di occupazione, di crescita delle imprese. C’è paura di investire in un contesto povero a tasso zero di sviluppo. La Regione finanzia dei progetti ma poi sono gli stessi imprenditori a non avere i soldi per realizzare gli investimenti o per il cofinanziamento. Soprattutto le imprese agricole chiudono o sopravvivono, spesso anche in questo settore le risorse restano inutilizzate. In Val d’Agri accade il contrario di quanto si sperava: il numero delle imprese registrate anziché aumentare diminuisce. Sembra una maledizione. La Basilicata riesce a compensare poco, ma molto poco i danni derivati dalle estrazioni petrolifere.


     


    Un azzardo pericoloso per la salute


    Niente in cambio, non solo per il cinico calcolo delle compagnie petrolifere, ma per la scarsa capacità della regione di utilizzare al meglio le royalties. Se si trattasse di un gioco a somma zero, sarebbe meno paradossale e pesante la condizione lucana, ma il gioco è duro e i rischi sono molto alti. Il petrolio rappresenta una risorsa non rinnovabile che, al pari degli altri combustibili fossili, è costituita principalmente da una miscela complessa di sostanze dette idrocarburi (contenenti sia idrogeno sia carbonio)  Molte di queste sostanze sono dotate di elevata tossicità per tutti gli organismi viventi, quindi anche per la specie umana. Al petrolio greggio o più generalmente agli idrocarburi che lo compongono sono riconducibili alcune delle principali forme di contaminazione ambientale, che possono interessare l’aria, il suolo, l’acqua. Studi recenti indicano l’idrogeno solforoso molto pericoloso per la salute umana. La letteratura scientifica è unanime nel riconoscere la tossicità dell’H2S (idrogeno solforoso). Una esposizione ad alte dosi può anche provocare la morte istantanea.  Ecco perché gli impianti di idro-desulfurizzazione  (cope il Centro Oli di Viggiano) fanno paura. L’eventualità  di fuga di quantità considerevoli di H2S dagli impianti presenterebbe rischi notevoli per la popolazione locale. Esiste infatti ampia documentazione di accidentale emissione di H2S da impianti di lavorazione del petrolio, anche in tempi recenti.  L’evidenza scientifica vagliata porta alla conclusione che anche livelli di H2S al di sotto delle norme stabilite per legge hanno gravissime potenzialità nocive per la popolazione. L’ H2S, classificato ad alte concentrazioni come veleno, a basse dosi può causare disturbi neurologici, respiratori, motori, cardiaci e potrebbe essere collegato ad una maggiore ricorrenza di aborti spontanei nelle donne. A volte questi danni sono irreversibili. Da risultati recentissimi emerge anche la sua potenzialità, alle basse dosi, di stimolare la comparsa di cancro al colon. Tutte le operazioni di trattamento dei prodotti petroliferi, a qualsiasi livello, hanno la possibilità a di emettere quantità più o meno abbondanti di idrogeno solforato, sia sotto forma di disastri accidentali, sia sotto forma di un continuo rilascio all’ambiente durante le fasi di estrazione, stoccaggio, lavorazione e trasporto del petrolio. I rischi delle estrazioni petrolifere sono stati illustrati di recente in un convegno organizzato a Potenza dalla Ehpa in collaborazione con il Comitato Aria Pulita.


    Alcuni fatti già accaduti


    L’H2S può essere immesso nell’aria anche a causa di irregolarità nel funzionamento dei pozzi, che spesso possono accidentalmente rilasciare petrolio in maniera incontrollata e violenta. Quelli che in inglese vengono chiamati “well blowouts” (scoppiamento dei pozzi) sono processi molto comuni nell’industria petrolifera, dovuti al mancato funzionamento delle valvole di sicurezza. Gli scoppi possono anche essere così sostenuti da non poter essere direttamente estinti. Episodi di “scoppiamento” si sono avuti nel centro Agip a Trecate (Novara) nel 1994, dove viene estratto petrolio dolce. Si stima che un area di circa cento chilometri quadrati fu inquinata da questo scoppio. Molti dei terreni interessati erano a coltivazione agricola e a tutt’oggi non sono più praticabili. Altri episodi di scoppiamento dei pozzi petroliferi in Italia, si sono registrati in Basilicata, presso il pozzo Policoro 1 nel 1991 e Monte Foi 1, in seguito al quale quest’ultimo fu chiuso. Altri episodi più recenti di accidentale immissione di H2S in Lucania riguardano preoccupanti perdite nel 2002 e nel 2005. La Ola (Organizzazione Lucana Ambientalista) denunciava nel dicembre 2010 una presunta fuga di idrogeno solforato al Centro Oli di Viggiano.
    La Ola riferiva che alcuni cittadini avrebbero detto di aver patito “lacrimazione associata a fastidio nella respirazione.” E spiegavano che “l’odore di uova marce non è l’odore dello zolfo, che è inodore, ma solo del suo composto, H2S, Idrogeno Solforato che è tossico e cancerogeno, anche a dosi continuative, se pur limitate.” Il 5 aprile del 2011 i 21  operai della Elbe Sud Italia, un’azienda situata a poche centinaia di metri dal Centro Oli di Viggiano avvertono sintomi di malore. Tutti ricoverati in ospedale. Ma non è ancora chiaro se la causa è da attribuire a fughe di H2S.


     


    Il peggio del dopo


    Il petrolio, attraverso i suoi vari cicli e sistemi di raffinazione e trasformazione, dà luogo a una moltitudine di sostanze diverse, dai gas e combustibili veri e propri, che sono lo scopo primo della raffinazione, a sostanze residue come i composti di metalli o zolfo con materiali bituminosi. In tutte queste trasformazioni – ma anche e per certi versi soprattutto nell’utilizzo del petrolio e dei suoi derivati – si generano rifiuti che devono essere smaltiti. Occorre tenere presente che il petrolio – e gli idrocarburi in genere – sono fortemente inquinanti e nocivi per l’uomo e la vita in generale. Parlare dello smaltimento dei rifiuti del petrolio è, quindi, importante ma particolarmente complesso, proprio per la varietà di rifiuti. La stessa classificazione di rifiuto è difficile nel caso del petrolio. In molti paesi, infatti, dopo che al greggio sono state tolte tutte le sostanze più ‘nobili’, i residui ultimi della sua lavorazione sono considerati rifiuti tossici nocivi.
    Altri problemi nella gestione del petrolio sono collegati al suo trasporto e a quello dei suoi rifiuti. Purtroppo, negli ultimi anni si sono verificati molti incidenti navali, con conseguente perdita di ingenti quantità di petrolio grezzo in mare e, quindi, con gravi conseguenze per l’ambiente. Un caso che ha segnato una svolta per quanto riguarda questo tipo di inquinamento è quello dell’incidente alla nave Exxon Valdez, avvenuto nel 1989 al largo delle coste dell’Alaska: oltre 257.000 barili di petrolio grezzo uscirono dalla nave in seguito all’apertura di una falla nello scafo. Per rendersi conto della quantità di petrolio che arrivò sulle coste, basti pensare che il volume di petrolio fuoriuscito è equivalente a quello di 127 piscine olimpioniche. Mare, spiagge e animali furono tutti ricoperti dal petrolio e l’opera di bonifica è tuttora in corso!
    Ovviamente, la cautela nel trasporto e nello stoccaggio vale, a maggior ragione, per il trasporto dei rifiuti della lavorazione del petrolio. Molti episodi di inquinamento sono nati proprio dalla necessità di trasportate rifiuti di petrolio e non direttamente dal trasporto stesso, se non addirittura dalle operazioni di pulitura dei mezzi di trasporto utilizzati. Infine, come abbiamo già visto, occorre considerare che il bruciamento del petrolio e dei suoi derivati produce inquinamento. Questo è vero in tutta la filiera, dai pozzi di estrazione alla raffinazione e, soprattutto, all’utilizzo dei derivati del petrolio. Oltre ai molti veleni immessi nell’aria in questi processi, sappiamo oggi con una ragionevole certezza che l’aumento di CO2 presente nell’atmosfera è dovuto al bruciamento di petrolio e dei suoi derivati.


    Amaro riepilogo


    Dunque, abbiamo il petrolio, ma non è il nostro. Per causa della legislazione nazionale siamo costretti ad accettare royalties bassissime. Non riusciamo a spuntarla su accordi più favorevoli. Intanto le compagnie petrolifere si permettono di coltivare idrocarburi anche dove, in condizioni normali, non sarebbe affatto conveniente. In Italia e in Basilicata si, per loro è molto conveniente, grazie alle norme di favore. Loro incassano miliardi di euro, al territorio lasciano gli spiccioli. Quegli spiccioli però non riusciamo a spenderli, e quando li spendiamo non creano sviluppo. Tant’è che la Basilicata è sempre più povera, le imprese affannano e chiudono, l’agricoltura si ammala e regredisce, il turismo non decolla, i giovani fuggono, la disoccupazione dilaga. Intanto il suolo, l’aria e le acque sono sottoposti a pericolosi fenomeni di inquinamento. Trovare un equilibrio tra petrolio e territorio è un’impresa impossibile. Meno impossibile sarebbe se cambiassero le leggi dello Stato e se gli amministratori locali e regionali avessero le idee più chiare e una migliore capacità di programmare azioni di sviluppo. Il risultato, a oggi, è stato “l’inquinamento di acqua, terra e aria”, scrive il Wwf, mentre in un comunicato dell’Ola (l’Organizzazione lucana ambientalista) titolato “Petrolio, tra miti e falsità”, si spiega che “negli ultimi vent’anni un cittadino lucano su due s’è ammalato di patologie cardiorespiratorie nell’area del centro oli di Viggiano (proprietà Eni)” e che “i malati di tumore sono ormai il doppio della media nazionale”. Poveri, malati e disoccupati.



    Il paradosso


    Il petrolio non è compatibile con l’ambiente. O prendi l’uno o prendi l’altro. Devi scegliere. Ma spesso sei costretto a scegliere il petrolio. In questo caso lo compri da chi ne produce quantità significative a livello mondiale. Da chi ha fondato la propria economia quasi interamente o in quota significativa, sulla produzione del greggio o del gas. Paradossalmente risparmi. Perché coltivarselo in casa per ricavarne quantità irrisorie è molto costoso. Soprattutto un Paese come l’Italia che ha fondato e potenzialmente dovrebbe fondare, quote significative del proprio Pil su altri settori: turismo, agro alimentare, pesca, moda, tecnologie ecc. L’Italia ha un fabbisogno di 93 milioni di tonnellate di idrocarburi liquidi. Ne produce in casa meno del 6%. Quella quantità minima che produce quanto costa? Molto. Perché i territori interessati dalla coltivazione di petrolio subiscono danni enormi e a lungo resistenti. Molto. Perché i giacimenti attivi disturbano notevolmente gli altri settori dell’economia, indebolendoli, rendendoli meno attraenti. Viene depotenziato il valore economico del paesaggio, della qualità degli alimenti, della qualità dell’aria, della godibilità ambientale. Molto. Perché i conflitti sono sempre vivi e per natura costosi. Vale la pena per quel misero 6%? . Se il ragionamento vale per il Paese a maggior ragione riguarda la Basilicata dove si produce l’80% del greggio nazionale che a conti fatti su scala globale è uno zero virgola. Mortificare l’agricoltura e il suo sviluppo, indebolire le potenzialità turistiche di interi territori, assistere al degrado ambientale di vaste aree, mettere continuamente a rischio la salute dei cittadini: vale davvero la pena? Eppure il petrolio non è il futuro, è una fonte destinata ad esaurirsi nei prossimi 30-40 anni. Il Basilicata la previsione è di 10 anni ancora. Stiamo distruggendo il vero futuro per causa di un bluff. E se non sbagliamo, il futuro sono i nostri bambini.  

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