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Acque contaminate da idrocarburi nella sorgente vicina al pozzo petrolifero abbandonato di Monte li Foj

Potenza. Analisi chimiche realizzate dall'associazione Amici Monte Li Foj, con la collaborazione di Albina Colella, professore ordinario di Geologia all'Unibas

Le falde acquifere dell’area del pozzo petrolifero incidentato/abbandonato Monte Foj, ubicato a 1.105,7 metri s.l.m. in località Porco Morto di Picerno, in provincia di Potenza, sono contaminate da idrocarburi, come documentato in via preliminare da analisi chimiche realizzate grazie alla collaborazione di Albina Colella, professore ordinario di Geologia all’Università della Basilicata, con Nicola e Antonio Genovese, dell’Associazione Amici Monte li Foj, che le ha finanziate.

Il pozzo petrolifero Monte Foj (rientante nel permesso Baragiano), all’epoca uno dei più profondi al mondo, fu trivellato nel 1995 dalla Enterprise Oil Exploration con l’obiettivo di raggiungere i calcari dell’unità Apula a una profondità massima di 6.345 metri. Nel 1997 la perforazione fu sospesa a una profondità di circa 5.000 metri a causa, sembra, di un incidente dovuto a un collasso del casing. Non risulta che in questi anni sia stato monitorato lo stato del pozzo incidentato, né tantomeno quello delle falde acquifere dell’area.

A seguito di segnalazioni di cittadini del luogo-racconta Albina Colella- allertati da alcune anomalie delle acque, a volte di colore rossastro, e dalla diffusione di tumori nell’area il 22 novembre scorso sono state realizzate due analisi chimiche delle acque di una sorgente ubicata poco a valle del pozzo e di un drenaggio di un terreno adiacente in frana, ubicato un po’ più a valle. 

Area in cui ricade la sorgente

 

Sorgente 

Le acque della sorgente -spiega la professoressa Colella- presentano, tra gli altri, una concentrazione di idrocarburi totali di 165 mcg/litro (Fig. 4) e di stronzio di 133,2 mcg/litro, mentre le acque del drenaggio mostrano una concentrazione di idrocarburi totali inferiore a 35 mcg/litro e di stronzio pari a 183,1 mcg/litro.

Tabella analisi

Lo stronzio ha degli isotopi radioattivi; in Italia non è normato dalla legge, mentre negli Usa l’Epa ha posto un limite per l’acqua potabile di 1,5 mg/litro.

La concentrazione di idrocarburi totali nelle acque della sorgente -aggiunge la geologa-merita attenzione.

In passato gli idrocarburi totali nelle acque di sorgente erano normati dal D.Lgs. n. 339/1999, che poneva un limite di 10 mcg/litro, di gran lunga inferiore a quello misurato nelle acque della sorgente. Attualmente c’è un vuoto normativo per gli idrocarburi totali nelle acque di sorgente, perchè il suddetto decreto è stato abrogato dal D.Lgs. 176/2011, per cui oggi il riferimento normativo è rappresentato dal D.Lgs. 31/2001 sulle acque potabili, che non prevede alcun limite per gli idrocarburi totali nelle acque di sorgente, se non per gli IPA.

La situazione -prosegue Colella- tuttavia è preoccupante per i seguenti motivi: le acque della suddetta sorgente vengono utilizzate per uso umano, sia potabile che irriguo; la presenza di idrocarburi in queste acque non sembra imputabile a fenomeni di breve periodo dovuti a sversamenti superficiali accidentali o a incidenti occasionali, visto che si tratta di acque che fuoriescono dal sottosuolo e che sono state campionate direttamente alla sorgente; per le acque destinate alla produzione di acqua potabile di categoria A1, che devono essere sottoposte alla potabilizzazione prima di essere usate, esiste un limite per gli idrocarburi totali che corrisponde a 50 mcg/litro (D. Lgs. 152/2006): valore che è dunque inferiore alla concentrazione misurata nelle acque della sorgente a valle del pozzo petrolifero Monte Foj; negli ultimi 20 anni nella piccola area agricola di località Porco Morto e dintorni ci sono stati 16 casi di morti per tumore al colon, al fegato, allo stomaco e per leucemia, e attualmente ci sono 5 casi di malati per tumore.

Non risulta che il pozzo abbandonato sia stato controllato nel tempo, nè tantomeno che ci sia stato un monitoraggio della qualità delle acque sotterranee dell’area per verificarne la potenziale contaminazione.

Eppure i pozzi petroliferi abbandonati, talvolta usati anche per lo smaltimento di rifiuti, rappresentano una gravissima minaccia per l’ecosistema, e soprattutto per le falde acquifere, di cui pochi si preoccupano. Come risulta da numerosi episodi nel mondo, tali pozzi possono presentare perdite di petrolio, gas e/o acque di produzione per mancata chiusura, per chiusure improprie, per mancati controlli periodici o per altro. Anche nei pozzi ben sigillati il cemento dopo anni può fratturarsi e l’incamiciatura metallica arruginirsi; le perdite sotterranee possono rimanere ignote per anni (Civita e Colella, 2015).

Per tutto ciò-conclude la docente universitaria-e ai fini della tutela della salute umana e dell’ecosistema, è necessario intervenire al più presto monitorando l’area e informando i cittadini.

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