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La violenza non è la soluzione, è il problema

La crudele reazione popolare, scatenata dal tragico episodio di Colleferro, mette a nudo la fragilità della coscienza civile

Era il 1976, o forse il 1977 non ricordo bene, periodo della mia brevissima esperienza – 6 mesi circa – in Lotta Continua, prima di approdare alla Federazione giovanile comunista. Dal Vulture parte un pullman per partecipare a una manifestazione a Potenza, con comizio di chiusura, in occasione dell’ennesimo omicidio di un giovane militante di sinistra. Nel percorso verso Piazza Prefettura, in via Pretoria, alcuni dei manifestanti si lasciano andare a sfoghi violenti contro bacheche e vetrine. Dalle finestre della sede del Msi, piovono posacenere e oggetti vari.

Finita la manifestazione, rientriamo al pullman. Durante il tragitto di ritorno esprimo la mia disapprovazione per i comportamenti violenti di alcuni compagni, compresi quelli seduti al mio fianco: “se vogliamo combattere la violenza non dobbiamo usare la violenza”. La reazione fu netta: fermarono il pullman e mi fecero scendere. Rimasi in mezzo alla strada a fare autostop. Ironia della storia, quelli che mi lasciarono a piedi, i duri e puri, i rivoluzionari incorruttibili, negli anni successivi finirono tutti raccomandati dalla Dc o da qualche sindacato cattolico per un lavoro in banca o all’Anas o nel pubblico impiego. Uno che si faceva chiamare il Che, finì sposato alla figlia di un importante, allora, esponente democristiano ed ebbe un posto di lavoro all’Asl come addetto alle fotocopie. Il Che odiava i democristiani e voleva rovesciare con le armi lo Stato borghese. Quel rivoluzionario di cartone aveva in tasca non una soluzione, ma tanti problemi.

Perché racconto questa storia? Ho letto sui social i commenti in reazione all’episodio criminale dell’uccisione di Willy. Di una violenza estrema: parole di morte, di vendetta, di tortura. Una reazione speculare alla brutale crudeltà degli assassini del ragazzo di Colleferro. Molti degli “eleganti” e civilissimi commentatori, se avessero avuto tra le mani quegli assassini li avrebbero torturati e uccisi. È una reazione violenta alla violenza. È una reazione difensiva e di paura, è la sconfitta della parola. Ci sono tanti frustrati in giro, non tutti ammazzano le persone, ma molti uccidono la civiltà giorno per giorno, un passo per volta.  Ogni volta che ci troviamo di fronte a episodi tragici di inaudita violenza, ci sentiamo impotenti e l’indignazione si trasforma in aggressiva brutalità. E come sempre, imprigionati gli assassini, tutto finisce nel dimenticatoio. Le istituzioni condannano e altro non sanno fare.

E le cause di quel che accade nessuno le indaga e nessuno le rimuove. Così che ci saranno altri episodi di violenza, di aggressioni, di uccisioni di ragazzi ai danni di altri ragazzi, e le reazioni saranno sempre le stesse. E i morti saranno sempre morti invano. Uno dei guai di questa società è che in molti pensano che certi problemi si risolvano torturando, uccidendo o incarcerando a vita gli assassini. Stiamo perdendo la ragione: perciò la punizione, violenta, equivale alla soluzione. Mettere in galera certa gente è un dovere dello Stato e un diritto della società, ma credere che questa sia la soluzione è da stupidi. Punire i criminali e magari riabilitarli è un dovere dello Stato, linciarli, aggredirli, ucciderli, è la sconfitta della civiltà.

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