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Basilicata. Scorie neuronali nella testa di politici senza pudore

Si grida al lupo mentre le iene si mangiano le pecore e il popolo rammollito si beve l’infuso di cicuta

Il deposito unico di scorie nucleari, nei primi 4 o 5 anni di cantiere, darebbe lavoro a migliaia di persone (almeno 4mila la stima). Negli anni successivi grazie al mega parco tecnologico annesso potrebbe innescare processi di sviluppo in diverse direzioni e garantire occupazione a giovani cervelli. Il deposito sarebbe, sul piano ambientale e della tutela della salute, molto sicuro e non avrebbe alcun impatto negativo sul paesaggio. Questo, in estrema sintesi, è il ragionamento di chi, in qualche modo, ritiene che la faccenda sia una opportunità per il territorio che ospiterà l’impianto. Bene, si può essere d’accordo o meno, lo si voglia o no nella propria regione – io sono tra quelli che la Basilicata è meglio lasciarla stare – la questione apre un curioso scenario in questi giorni.

In Basilicata ci sono decine di discariche abusive di rifiuti “morte” e inquinanti, decine di siti da bonificare, oltre 1500 impianti eolici mostruosi connessi a sistemi di distribuzione dell’energia elettrica fortemente impattanti con decine di centrali e chilometri di cavidotti aerei e sotterranei. Da decenni alcune multinazionali del petrolio si sono impadronite del territorio depredandolo e impoverendolo, con un forte impatto ambientale e sanitario per causa di due impianti petroliferi di dimensioni gigantesche. Ora, i complici politici di questo disastro si indignano dinanzi alla remota ipotesi del deposito unico nazionale di scorie radioattive. Insopportabile.

Sarebbe il caso che questa regione e i suoi rappresentanti politici a tutti i livelli e di tutte le fazioni, mostrassero un minimo di coerenza, almeno di fronte all’evidenza.

Abbiamo assistito in queste ore, dopo la pubblicazione della Carta dei siti idonei ad ospitare il deposito unico delle scorie radioattive, a una levata di scudi da parte di tutti questi signori che giustamente “sputano” sul piatto di 4mila posti di lavoro e di un parco tecnologico, mentre continuano a giustificare, in nome di qualche centinaia di occupati nell’indotto petrolifero, il disastro causato dall’industria predatoria e “assassina”. Mentre fanno finta di non sapere che le scorie in casa le abbiamo già, dalla Trisaia di Rotondella ai terreni uccisi da tonnellate di fanghi tossici, dall’acqua inquinata, all’aria sporcata, solo per citare il grosso.

Si indignano su un’ipotesi, su qualcosa che probabilmente mai accadrà, mentre fanno la faccia da sciocchi su ciò che è già realtà da decenni, su ciò che è un vissuto vero e quotidiano di morte e di distruzione.

È difficile immaginare che tutti questi politici senza vergogna e questo popolo rammollito dei social siano consapevoli della tragica commedia a cui partecipano. È semplice però immaginare che l’indignazione, la protesta a chiacchiere, siano solo propaganda. È un vincere facile dinanzi al nulla. Bardi e i suoi amici, che considerano il petrolio una ricchezza, in questa circostanza dimostrano un amaro umorismo. Tutti gli altri politici, vecchi e nuovi, gridano al lupo, mentre le iene si mangiano le pecore.

Questa prosopopea protestataria, questo “ritrovato amore” per la propria terra, si concentrino sulla realtà di quanto già accade e già accaduto. Diventi una battaglia di popolo e dei suoi rappresentanti politici per restituire giustizia, bellezza e sviluppo alla Basilicata.

Va bene mettere le mani avanti prima che qualcuno si faccia cattive idee sulla collocazione del deposito, ma quelle mani vanno lavate nella vasca della storia.

Tutti gli urlatori di queste ore dimostrino di essere credibili: ci sia una svolta politica e sociale nel perseguire sentieri nuovi di rinascita di questa regione. A Scanzano, nel 2003, la politica e il sindacato si sono messi alla testa del corteo, provando a calare il cappello sulla protesta. Oggi si faccia la stessa cosa, non contro qualcosa che ancora non esiste, non contro un’ipotesi, ma contro chi il male alla Basilicata lo sta già facendo da decenni.