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Petrolio in Basilicata, idrocarburi senza controllo: “più veleni che a Taranto”

Manca una normativa nazionale e la Regione Basilicata si gira dall’altra parte. L’appello dei Medici per l’Ambiente

“Ci auguriamo che la transizione energetica non sia solo uno spot: nella regione del petrolio deve essere subito approvata una normativa sugli idrocarburi non metanici, causa di malattie e tumori”. Il monito parte dalla Val d’Agri e se ne fa portavoce l’Associazione Medici per l’Ambiente

Gli idrocarburi non metanici, tra cui il benzene, sono pericolosi inquinanti molto legati alle emissioni in atmosfera nelle aree di produzione petrolifera. Ed ecco perché l’accorato appello, in Basilicata, proviene dall’associazione Medici dell’Ambiente e dal suo rappresentante, il dottor Giambattista Mele, che opera proprio a Viggiano, nel cuore delle estrazioni lucane con marchio Eni.

Dal 2010 manca una normativa nazionale Sono 10 anni che in Italia siamo orfani di una normativa che regoli l’emissione di questi inquinanti che sono alla base di linfomi, leucemie, patologie cardiorespiratorie. “Più volte – spiega Mele – abbiamo chiesto all’Arpab e al Dipartimento Ambiente della Regione di approntare una norma, come fatto dalla Regione Sicilia, per poter valutare eventuali sforamenti”. Già, perché stando alla vecchia norma nazionale, poi scomparsa, “in diverse occasioni nella Valle del petrolio lucana abbiamo constatato valori altissimi, ma che non sono neanche sanzionabili senza un regolamento che ponga dei valori limite”.

Ma il cane si morde la coda Eppure in tutti questi anni, nonostante numerose richieste e interlocuzioni “un tema così importante per la salute dei cittadini è rimasto lettera morta”. Richieste, promesse, dichiarazioni di intenti, ma nessun intervento istituzionale. “Nel 2016 furono i Comuni di Viggiano e Grumento Nova a chiederne conto alla Regione – prosegue il medico dell’Isde – ma da allora ad oggi non risultano interventi, azioni né da parte della Regione né dell’Arpab”. Con un aggravante che tocca la trasparenza dei dati. “Le rilevazioni dell’Agenzia regionale per l’Ambiente segnalano i dati sugli idrocarburi non metanici, ma dopo una settimana quei dati scompaiono, così diventa difficile anche fare delle medie, confrontare i periodi”. Come dire, proprio la stessa logica con cui il cane si morde la coda.

Valori ancora più alti che a Taranto A stupire è che proprio nelle fasi in cui il Centro Oli di Viggiano si è fermato, per fermi produttivi, i valori sono risultati sballati e altissimi. “Ad esempio – chiarisce il medico per l’Ambiente – quando il Cova si fermò, a giugno del 2015, questi valori superarono di 20 volte quelli consentiti dall’ultima normativa nazionale presente”. Quali operazioni avvengano durante gli stop produttivi non è ben chiaro, ma visto che proprio il prossimo mese gli impianti si fermeranno per diversi giorni, monta una certa apprensione. “Ma anche in periodi normali – assicura il medico dell’Ambiente – con la nostra Associazione, Laboratorio per Viggiano abbiamo potuto constatare che quegli inquinanti sono mediamente più alti che a Taranto”. In parte potrebbe dipendere dal fatto che nella città dell’ecomostro pugliese “c’è un golfo, un’apertura a mare, mentre la val d’Agri è una conca che trattiene di più al suo interno le particelle”.

Raddoppio delle estrazioni e zero normative Il paradosso è che con la nuova concessione Tempa Rossa, in mano alla Total, aumentano gli impianti e i veleni senza che li si possa sanzionare. Una sorta di gioco al massacro visto che le particelle inquinanti non restano solo in atmosfera col rischio di essere inalate, ma hanno anche un punto di ricaduta nei terreni e nelle acque. Su questo fronte, a quanto pare, siamo ancora all’anno zero. “E’ almeno dal 2013 – rivela infatti il medico – che chiediamo alla Regione di dotarsi di una normativa sul modello siciliano ma sin qui, nessuna risposta”.

La lettera al direttore dell’Arpab (Tisci).“Se l’Arpab continua a monitorare gli idrocarburi non metanici, ma poi di settimana in settimana i dati vecchi scompaiono, si crea innanzitutto un problema di trasparenza nei confronti dei cittadini che hanno il diritto di essere informati in materia ambientale”, sottolinea il dottore. Che aggiunge: “L’Arpab dovrebbe ascoltare la nostra richiesta e proporre alla Regione di deliberare una norma in materia”. Sono queste le ragioni che hanno spinto l’Associazione Medici per l’Ambiente a mandare, nei giorni scorsi, una missiva all’attuale direttore dell’Arpab, affinché “intervenga” nelle sedi istituzionali deputate. E il messaggio, conclude il medico per l’Ambiente, è rivolto anche all’assessore regionale all’Ambiente (Rosa) che “non può girarsi dall’altra parte e far finta di non vedere”. Più chiaro di così…