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La difficile navigazione del disegno di legge Zan

Qualcuno si è chiesto, alla luce di un elementare criterio di economia amministrativa, se fosse davvero necessaria una nuova e specifica legge a tutela delle persone omo-transessuali oggetto di violenza fisica o verbale

Hic sunt leones; è l’avviso che compariva sulle antiche mappe per segnalare continenti e oceani inesplorati, dove l’unica certezza era la presenza di belve feroci e mostri leggendari. Oggi non esistono luoghi tanto ignoti, ma l’immagine si presta bene a certe navigazioni della politica attraverso mari infidi e pericolosi, come la rotta tortuosa tracciata per il Ddl Zan. Qualcuno si è chiesto, alla luce di un elementare criterio di economia amministrativa, se fosse davvero necessaria una nuova e specifica legge a tutela delle persone omo-transessuali oggetto di violenza fisica o verbale; questo solo è infatti l’obiettivo dichiarato dai promotori del Ddl. In verità molti autorevoli giuristi e costituzionalisti come Giovanni Maria Flick, Cesare Mirabelli, Michele Ainis (non certo pericolosi omofobi) sostengono che, per il principio costituzionale di uguaglianza, ogni violenza dev’essere perseguita in quanto tale e non in base alla condizione delle vittime … motivo per cui il Ddl Zan nulla aggiungerebbe all’art. 414 della Legge Mancino (Legge 205/1993), che già sanziona e condanna la violenza e l’incitazione alla violenza per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali. Al più si potrebbe convenire sull’effetto educativo e preventivo di una legge che voglia consolidare l’idea della tutela a beneficio di un dato gruppo di persone, pur sapendo che, per emulazione, si aprirà la strada ad analoghe norme in favore di molte altre categorie che si ritengono discriminate. Ma comunque la navigazione del Ddl è stata avviata, ed è ormai il caso di interrogarsi circa la finalità che intende raggiungere … In teoria sarebbe bastata una modifica della legge Mancino; poche integrazioni, inequivocabili e condivise. Invece, a sorpresa, si è scelto di veleggiare verso mari infidi e rischiosi, prevedendo, non un percorso diretto, ma tre, forse quattro scali intermedi.

 Il nebuloso approdo dell’identità fluida

Il primo approdo cercato dal nocchiero coincide con il tentativo di veicolare per via giuridica (art. 1 del Ddl) un concetto nebuloso, sul quale la scienza non è concorde: si tratta della definizione dell’identità di genere, o identità fluida, che supera quelle di omosessualità e transessualità. In astratto si vorrebbe estendere la tutela anche a chi rifiuta ogni nesso stabile tra il suo apparato biologico-sessuale (natura) e l’identità a esso associata (cultura); ma ciò appare come il modo surrettizio per introdurre nell’ordinamento l’ideologia gender che il Papa ha ben stigmatizzato (cfr. discorso alla Pontificia Accademia per la Vita del 5.10.2017, o il n. 155 dalla Laudato sì). Questa scelta ha provocato la dura opposizione di un primo branco di leones, o meglio di leonesse: le femministe più consapevoli e radicali. Esse contestano l’idea di una identità cangiante che di fatto cancella la diversità sessuale, vanificando conquiste e lotte e fondate non sulla negazione del corpo, ma sul suo riconoscimento come imprescindibile sostegno della persona e della sua dignità. In merito, le attiviste del movimento ‘Se-non-ora-quando?’ hanno scritto parole durissime: «Noi femministe non abbiamo detto no a una legge contro l’omo-transfobia. Ma abbiamo detto no al concetto di “identità di genere” chiedendo che venga sostituito, ad esempio, con un più chiaro “identità transessuale” … Non permetteremo poi che questo Ddl venga definito come legge anche contro la misoginìa. Le donne credono che la misoginìa si combatta con una diversa cultura delle relazioni, per la fine del dominio di un sesso sull’altro. Dire poi che questa è una legge anche contro la misoginìa è un trucco maldestro nel quale non cadiamo».

L’approdo della illiberalità 

Incurante dei rischi il nocchiero vorrebbe poi dirigere la nave verso un altro audace obiettivo che è l’istituzione del reato di opinione in materia di omo-transfobia (art. 4 del Ddl), senza però tracciare in maniera tassativa il sano limite tra legittima espressione del pensiero e deprecabile istigazione alla violenza, rimandando al Giudice ogni decisione sulla vasta casistica che certo ne scaturirebbe. Qui insorgono altri leones. Sono i pensatori liberali e progressisti, epigoni delle dottrine politiche e filosofiche del liberalismo, che segnalano un intollerabile vulnus all’art. 21 della Costituzione, sul quale si basano la laicità e la democrazia, la ricerca scientifica e quella filosofica. Il manifesto firmato da Marcello Pera e altri 150 intellettuali, definisce totalitario il Ddl Zan, che «con lo scopo di combattere le discriminazioni, introduce esso stesso una discriminazione di opinioni e viola il fondamentale principio della libertà d’espressione del pensiero. All’insegna della tutela della libertà della sfera privata di alcuni, si comprime la libertà della sfera pubblica di tutti … Solo gli Stati totalitari pretendono di fissare la morale con la legge e di imporre la legge con la forza. Solo essi abbattono statue, distruggono monumenti, riscrivono libri di storia, mettono il bavaglio alle coscienze. Solo la libertà con i suoi strumenti può piegare gli intolleranti. Invece, l’intolleranza nel nome della tolleranza produce violenza e, essa sì, discriminazione».

L’approdo della colonizzazione ideologica 

Ma non basta! Il nocchiero tenta di raggiungere anche un terzo, avventato approdo, contrario all’art. 29 della Costituzione: quello del definitivo sdoganamento dell’ideologia gender nelle scuole di ogni ordine e grado (art. 7 del Ddl). Una sorta di invasione di campo da parte dello Stato, proprio nel momento in cui i mass media e i social esercitano la massima, negativa influenza sui minori, irridendo e smentendo costantemente i contenuti e i metodi educativi proposti dalla famiglia. Il Centro Internazionale di Studi sulla Famiglia (Cisf) il 19 luglio 2021 ha espresso in merito la vibrata protesta di altri leones: educatori, docenti, genitori che sempre più rifiutano lo schema educativo della ideologia gender, e ha sostenuto che «l’art. 7 del Ddl Zan, imponendo alle scuole la celebrazione di una giornata contro l’omofobia, costituisce un oggettivo grimaldello per quella “colonizzazione ideologica” del gender che anche Papa Francesco ha più volte denunciato. Si tratta di una questione di libertà educativa delle scuole, oltre che di titolarità educativa dei genitori». UN ULTIMO APPRODO NASCOSTO Al termine della rotta ipotizzata, la coscienza del credente intravede un ultimo scalo: il sostanziale rifiuto del presupposto antropologico cristiano che fonda la nostra storia e la nostra civiltà … Un puerto escondido, non dichiarato, che svela la hybris del nocchiero, l’ebbrezza orgogliosa di chi presume della propria potenza e fortuna, e tenta un colpo di coda. Cercare di mettere in discussione il dualismo maschio/femmina, limitare la libertà del pensiero, minare l’autorevolezza della famiglia, non possono forse leggersi anche come parte della rivolta anticristiana, come segni della grande apostasia del mondo da Dio, e dell’Occidente da sé stesso? Se fosse davvero così, acquisterebbe pieno significato l’estremo appello della Segreteria di Stato Vaticana, non riducibile a mera rivendicazione diplomatica. La Chiesa, senza negare l’utilità di una legge di contrasto alla discriminazione, ha auspicato con delicatezza «una diversa modulazione del testo in esame non in forza di argomentazioni confessionali, ma laiche». Le ragioni addotte, come è ovvio, sono basate solo sul rispetto del Concordato (art.2) e della Costituzione (artt. 7 e 19), ma la vera preoccupazione che si legge in filigrana è tutta materna e pastorale, in favore della libertà religiosa e della libertà e felicità di tutti.

Quale sarà la conclusione del viaggio? 

Tornando alla sorte del Ddl Zan, credo che, superata la pretesa ideologica di approvarlo così com’è, eliminando cioè i riferimenti estranei al giusto obiettivo della tutela da ogni discriminazione per motivi di sesso o di genere, il suo approdo potrebbe dirsi sicuro. Ma oltre il destino politico del Ddl (sia che giunga in porto o coli a picco) per i credenti il confronto continuerà a giocarsi sul piano della cultura e della testimonianza illuminate dalla Parola «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò» (Gen.1,27). L’abiura radicale del rapporto con Dio, Padre, Figlio e Spirito, la cui perfetta immagine si riconosce solo nella relazione tra uomo e donna, non è meno grave del peccato di omissione, inerzia o pavidità dei cristiani … Essi dovranno mostrarsi capaci di riproporre al mondo la splendida, grande rivelazione della creaturalità e della dualità maschile e femminile, la meravigliosa antropologia che ne scaturisce, l’inalienabile dignità di ogni persona amata da Dio e la lettura sapienziale della storia e della vicenda umana.

Giancarlo Grano –  Consulta delle Aggregazioni Laicali di Potenza sui nodi della bioetica e del biodiritto