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Sanità, il racconto di Anna: “La dialisi è diventata un calvario”

Da quando è stata sospesa all'ospedale di Venosa le vite di pazienti e familiari sono "stravolte"

“E’ diventato un calvario, una via crucis”. Mentre parliamo, la signora Anna, di Venosa, è all’ospedale di Rionero in Vulture. Attende che un suo stretto familiare concluda la seduta di dialisi a cui si deve sottoporre un giorno sì e uno no. Ma mentre fino ad ottobre dello scorso anno, il suo familiare come altri 21 dializzati dell’area Altro Bradano, poteva comodamente recarsi all’ospedale di Venosa, da ottobre 2020 quella struttura è diventata ospedale covid e destinata, per la precisione, alla riabilitazione dei pazienti non gravi. E da lì è partito il calvario.

“Il reparto in cui di faceva dialisi a Venosa – chiarisce Anna – era praticamente autonomo, bastava allestire una passerella e si poteva fare un ingresso separato, senza che si entrasse a contatto con l’ala covid che oltretutto si trova ai piani superiori”. E invece i vertici regionali hanno deciso di delocalizzare tutti i servizi ospedalieri presenti, compreso quello destinato ai dializzati, che sono oltretutto pazienti già pesantemente acciaccati. “Chi fa la dialisi – osserva Anna – oltre a questa patologia spesso ha problemi cardiaci, diabete, quindi potete immaginare cosa vuol dire 3 volte la settimana prendere la macchina e spostarsi, col caldo, col freddo; tutto diventa più complicato”.

Vite stravolte. Il trattamento dura 5 ore e chi accompagna il paziente resta lì, appeso, in attesa, “E’ stato un anno difficile, ci hanno costretti a questa via crucis e non capiamo perché”, è l’amaro sfogo della donna. “All’inizio ci avevano detto che sarebbe durato solo per la fase di emergenza, poi sono arrivati i vaccini per il covid, c’è stata la vaccinazione di massa, ma ancora non si è stati in grado di ripristinare un servizio così importante e che al S. Francesco di Venosa contava numerosi pazienti provenienti da Maschito, Montemilone, Forenza e Venosa”.

D’altronde anche negli altri ospedali, compreso quello di Potenza, la presenza dei reparti covid non ha paralizzato gli altri servizi, altrettanto necessari e improrogabili. Anna, a nome dei tanti utenti coinvolti, ha inviato una lettera al Prefetto, a i vertici dell’Asl, ma soprattutto all’assessore regionale alla Sanità (Leone). “Quando Leone venne a Venosa per un Consiglio comunale aperto – racconta la donna – era il 15 luglio. Io mi alzai e gli lessi un’accorata lettera in cui spiegavo il problema che ci attanaglia”. L’assessore, prosegue Anna, rispose che da uomo d’onore sarebbe intervenuto, avrebbe risposto. Poi è trascorsa l’estate e tutto è rimasto fermo”. Ora Anna rilancia l’appello: “Perché non possiamo ancora portare i nostri familiari a Venosa? Spero non ci siano motivi politici”. “Se fosse così, conclude, ci sentiremmo due volte feriti. Oltre il danno della malattia, la beffa di rimanere inascoltati”.