Quantcast

Bambine stuprate? No, turiste violentate

Non abbiamo nulla da dire, siamo alla morte delle parole e all’abisso del pensiero

Cerchiamo con ansia le tracce di tragedie che diano un volto alle nostre inquietudini. Sciagure che diano ragione alle nostre paure. Ed eccoci serviti dalla cronaca di tutti i giorni: violenze, omicidi, truffe, scandali, malattie, tragedie.

Stiamo zitti quando bisogna parlare e diventiamo logorroici quando bisogna tacere. Nel day before lasciamo che le angosce fermentino per giustificare il presunto assedio del male sull’uscio di casa. Nel day after troviamo la conferma ai nostri timori e reagiamo con la consueta indignazione o rabbia, invocando sicurezze e giustizia.

Siamo così occupati a cercare gli indizi del male, i segnali delle tragedie future, che abbiamo perso la bussola del bene. Non ci interessa più indagare i sintomi e i segnali del bene perché il bene non soddisfa il nostro bisogno di ansia, non placa le inquietudini, non le conferma: le contraddice. Non viviamo di sogni ma di incubi.

Fino a quando un sindaco chiederà scusa, a nome della comunità che rappresenta, per un atto di violenza commesso da suoi concittadini, andrà sempre peggio. “Non siamo tutti uguali”, ha scritto il primo cittadino di Pisticci su uno striscione esposto in piazza. Ovvio. Perché ha dovuto e voluto ribadire l’ovvio? Per una ragione evidente: non sa che dire. Non è un’accusa è la dimostrazione che il discorso intorno alla vita, ai fatti della vita, si è svuotato di parole.

Tutti noi non sappiamo che dire, abbiamo smarrito l’uso della parola, mentre ci alleniamo ogni giorno a sostituirla con il corpo, con la mimica, con le emoticon, con le urla, con la rabbia, in attesa di un day after che sarà uguale al giorno prima. Il vuoto di parole è evidente nei discorsi standard di esponenti delle istituzioni: “senso di amarezza”,” triste vicenda”, “brutto episodio”, e così via. Ovvietà. Il turbamento del giorno dopo è formalmente dovuto e quindi qualcosa bisogna dirla.

Qualche giornale ha titolato “turiste violentate”, quasi a cifrare una differenza tra violentare le turiste e stuprare le bambine. Eppure, in quella villa, a quella festa, sono state stuprate due bambine. Ma la verità è dirompente: di fronte a quelle parole, “stupro e bambine”, la coscienza si chiude a riccio. E allora, per evitare che la verità superi la realtà, meglio che ad essere violentate siano state delle turiste. Un male accettabile e sufficiente a soddisfare il bisogno di conferma delle nostre angosce, che ci rassicuri del fatto che i mostri sono altri e non noi.

Il vuoto di parole provoca l’abisso del pensiero. Non pensiamo più, e così perdiamo il senso – significato e direzione – del mondo che ci circonda e della nostra esistenza in quel mondo. “Digito ergo sum vs Cogito ergo sum.” La violenza è un linguaggio che non ha parole, è un’immagine ambigua del male, è la morte del pensiero.

Riprendiamo a parlare, riprendiamo a pensare: ritorniamo a Essere.

© Riproduzione riservata