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I massoni lucani

Al posto della cravatta indossano lo “stiavucco”. Il loro simbolo è il deretano a forma di faccia

Michele Finizio

La parola “massone”, per alcuni storici, comincia a circolare nel Medioevo. Ad usarla per primi sarebbero stati gli inglesi che chiamavano masons i muratori che lavoravano un tipo di pietra usata per la costruzione di palazzi, castelli e conventi. In Italia il masons diventò libero muratore, o massone. Il massone non era un semplice manovale, ma un operaio specializzato che diventava tale dopo un lungo apprendistato. Chi superava il tirocinio lungo sette anni aveva accesso alla loggia. La loggia assomigliava molto a un’associazione di categoria e prendeva il nome dal luogo dove i muratori si riunivano per scrivere e discutere i progetti, riposare e mangiare.

Con un salto di qualche secolo arriviamo in Basilicata. Se pensate alla massoneria, quella vera, quella non deviata, escludete questa regione. Qui non ci sono massoni, ma “massari” che si incontrano in luoghi chiamati “masserie.” “Ci vediamo alla masseria” è un modo per dire incontriamoci al solito posto: l’hotel dell’imprenditore, l’ufficio del manager, il ristorante del prestanome, la villa del malfattore di turno. Nelle masserie si incontrano il politico, il magistrato, il burocrate di alto grado, il sindaco, l’assessore, i prenditori nel settore dei rifiuti, dell’energia, della logistica, dell’agricoltura, dell’informatica, del credito. Non hanno mai visto un compasso e non sanno battere un chiodo, ma sanno come spartirsi le masserizie. Al posto della cravatta indossano lo “stiavucco”. Il loro simbolo è il deretano a forma di faccia.