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La Basilicata che non vede. Tra la logica dell’incultura e le ragioni della dignità

Ci costringono a scegliere tra salute o lavoro, inquinamento o soldi, voto libero o favori, precariato o fame, sottomissione o esilio. No, non ci siamo distratti davanti al bivio, abbiamo preferito non vederlo

La politica logorroica che tace quando deve parlare e quella movimentista che si ferma quando deve muoversi. È questa un’istantanea storica – scusate l’ossimoro – che abbiamo appesa sul muro della vicenda lucana. Le scelte importanti, le decisioni fondamentali, finiscono quasi sempre imbrigliate nella rete delle convenienze, delle “opportunità”, degli interessi qui e ora. Per cui, quando nulla va bene tutto può andar bene. Lo sguardo sociale dei lucani – e forse dei meridionali in genere – ha risentito molto di questa condizione. Fatta di parole inutili e di fermate senza sosta.

Uno sguardo basso, inquieto, teso sui propri passi. Oltre quei passi il resto del mondo intorno appare estraneo, lontano, incerto. Eppure, la vita vera con le sue tragedie e con le sue soluzioni, è sempre stata lì in fondo al cammino, dove i traguardi e i bivi hanno atteso invano. Usiamo un tempo tutto nostro. Il futuro è ingabbiato nei giorni prossimi, il passato è qualche ora fa, il presente assorbe tutta la realtà percepita. Sia la politica sia la società hanno spesso agito senza un pensiero e hanno pensato senza agire. Mai che pensiero e azione, teoria e prassi, si siano ritrovati in un unico fuoco.

È mancata così la forza trasformatrice – direi rivoluzionaria – che avrebbe dovuto e potuto cambiare le condizioni economiche e sociali del territorio. Intere generazioni sono state “educate” – o magari costrette – a spendere le energie sui passi anziché sul cammino. E la nostra storia è stata una storia di passi deboli e incerti in un cammino escluso dallo sguardo. Chi avrebbe dovuto elaborare un pensiero al servizio dell’azione non lo ha fatto. E chi lo ha fatto è stato ignorato e contrastato dal potere e non ha raggiunto il nervo della società.

Chi pensa – nel senso di elaborare pensieri – in una prospettiva di azione, è stato sempre considerato un pericolo dal potere costituito e spesso ignorato o sconosciuto dalla maggioranza dei cittadini.

È stato il Potere a rendere cieco ogni cammino, a disorientare lo sguardo della gente. E siamo stati noi lucani a farci guidare dal Potere. Soprattutto quando la storia ci ha offerto un bivio e ogni volta abbiamo fatto finta di non vederlo. No, non ci siamo distratti davanti al bivio, abbiamo preferito non vederlo. E quando abbiamo deciso di vederlo non siamo stati capaci di scegliere e quando siamo stati capaci di decidere lo abbiamo fatto con lo sguardo inquieto sui nostri passi deboli e impauriti, ignorando il cammino. E così ogni scelta, ogni decisione hanno rinforzato il Potere e indebolito le prospettive di libertà, di dignità e di riscatto dei cittadini.

Oggi siamo invasi da bivi costruiti in decenni di potere politico senza visione e senza una cultura del futuro. Tante biforcazioni che ancora continuiamo a far finta di non vedere. Ci costringono a scegliere: salute o lavoro, inquinamento o soldi, voto libero o benevolenza del politico, precariato o fame, sottomissione o esilio. E questo perché non esiste un pensiero collettivo, una visione comune, una cultura del futuro nella moltitudine dei cittadini. Questo perché i nostri politici seppure addestrati e istruiti, professionisti del consenso, non hanno cultura. Non bisogna arrendersi davanti alla loro incultura, bisogna reagire con la dignità di chi vuole scegliersi il bivio.

Cultura del futuro implica una comunità – non una società generica – che pensa prima di agire. Che agisce mentre pensa e che si renda così, in un’unica fiamma, protagonista del suo camminare. Cultura del futuro è pensare in una prospettiva più lunga del proprio passo, è agire in un campo più vasto del proprio condominio. E non ci può essere cultura del futuro senza Cultura e senza Comunità. La Basilicata ha bisogno di liberarsi dalla logica dell’incultura e di valorizzare le ragioni della dignità. Inseguire queste ragioni senza smascherare quella logica, è pura ipocrisia. E la dignità, si sappia, fa bene allo sviluppo.